Archive for the ‘Libri’ Category

Un commissario scomodo

martedì, marzo 23rd, 2010

Ennio Di Francesco, già ufficiale dei Carabinieri e funzionario di pubblica sicurezza. Promotore negli anni ‘70 del

Un Commissario scomodo

Un Commissario scomodo

Movimento per la democratizzazione e riforma della Polizia“. Autore dei libri “Un Commissario” e “Frammenti di Utopia”. Presidente dell’Associazione “Emilio Alessandrini” . Membro del “Comitato nazionale sport contro droga”. Ha precorso i tempi battendosi fin dagli anni Settanta per la democratizzazione della polizia e la nascita del suo sindacato. Portatore di un approccio innovativo nella lotta al terrorismo, alla droga e alla tossicodipendenza, l’autore ha raccontato la sua vita nel libro Un commissario. L’opera finalista nel 1991 al Premio Bancarella, viene riproposta insieme ad “un atto secondo”, in cui Di Francesco narra gli ultimi vent’anni del suo impegno professionale e civile, pagato a caro prezzo.

“E’ anche la storia di una battaglia democratica condotta con energia e determinazione se pure in mezzo a mille difficoltà: una pagina interessante di storia recente, una viva, spesso amara testimonianza” (Norberto Bobbio)

“Un uomo dello Stato che ha avuto una difficile vita per la sua intransigente fedeltà alle istituzioni della Repubblica” (Corrado Stajano)

Un Commissario scomodo, di Ennio di Francesco, Sandro Teti Editore, Roma 2009. Sito dell’Autore: www.enniodifrancesco.it

Presentazione del volume a Pescara 13 febbraio 2010

13 febbraio 2010

Ennio Di Francesco – Intervista Rete 8



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Le due guerre, di Giancarlo Caselli

martedì, dicembre 15th, 2009

Due guerre e una sola trincea, la scrivania di un magistrato.
Dalla Torino degli anni Settanta alla Palermo dei Novanta, trentacinque anni di storia italiana attraverso lo sguardo di un protagonista della lotta contro il terrorismo di sinistra e contro la mafia.  Le due guerre
Due guerre in difesa della democrazia, una vinta (quella contro il terrorismo), una in sospeso (quella contro la mafia). Dal processo ai capi storici delle Brigate rosse al pentimento di Patrizio Peci, dalle stragi di Capaci e via D’Amelio all’arresto di Totò Riina e di decine di altri latitanti, passando per il caso Cossiga/Donat-Cattin e il processo a Giulio Andreotti.
In mezzo, il ricordo di tanti, troppi amici che, in questa storia aspra di rischi e di eroismi, combattendo hanno perso la vita. Memorie, interrogativi, domande e risposte.
Gian Carlo Caselli racconta.

GIANCARLO CASELLI

Dopo aver ricoperto il ruolo di procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino, è ora procuratore capo.
Ha cominciato la sua carriera in magistratura a Torino, come giudice istruttore impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle Brigate rosse. Dal 1986 al 1990 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura.
Ha diretto la Procura di Palermo dal 1993 al 1999, gli anni dei processi “eccellenti” su mafia e politica: Andreotti, Dell’Utri, Mannino, Musotto, Contrada.
Dal 1999 al 2001 ha diretto il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria). E poi per due anni è stato il rappresentante italiano presso Eurojust.
Ha scritto A un cittadino che non crede nella giustizia, con Livio Pepino (2005), L’eredità scomoda, con Antonio Ingroia (2001) e per Melampo Un magistrato fuori legge (2005).

www.melampoeditore.it


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Regole e roghi, di Annamaria Rivera

lunedì, novembre 9th, 2009

Regole e roghi

Metamorfosi del razzismo

Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio regole-e-roghi saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti e delle minoranze nelle società europee. Uno dei meriti della raccolta è di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo «democratico» e quello senza aggettivi. Il tema adombrato nel titolo coincide con la tesi principale del volume: il razzismo istituzionale, veicolato e rafforzato dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve per legittimarsi. Questo circolo vizioso, utile a deviare le ansie collettive e a catturare consenso, tende a ridurre migranti e minoranze a «nuda vita».  Edizioni Dedalo, giugno 2009

Annamaria Rivera

Annamaria Rivera, antropologa, è docente di etnologia nell’Università di Bari. Per i nostri tipi ha scritto fra l’altro: Frammenti d’America. Arcaico e postmoderno nella cultura americana (1989) e Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale (2000). È coautrice de L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave (2001) e di Niente sarà più come prima (2002).

Leggi un brano…

Il rimosso dell’immigrazione e la socializzazione del rancore

Un’affermazione corrente vuole che a muovere il razzismo ordinario sia la paura – liquida o solida che sia – e che la strategia degli imprenditori politici e mediatici del razzismo miri a sollecitarla e nel contempo a placarla illusoriamente. Quest’ipotesi, pur essendo fondata, ha finito per diventare un luogo comune, talvolta messo al servizio di retoriche, anche benintenzionate, dietro le quali si può leggere un’interpretazione frusta – e all’acqua di rose, si potrebbe aggiungere – del razzismo, ridotto al pregiudizio, all’ignoranza, al sentimento di paura che sempre susciterebbe l’Altro. In una delle varianti di questo genere di retoriche, il pregiudizio, attribuito per lo più alla «gente comune», italiana e straniera, è rappresentato come una proprietà transitiva che andrebbe dal cittadino italiano del Nord fino al più reietto dei minoritari e viceversa, senza distinzione di potere, di ruoli, di status. La chiave per superarlo – si afferma inoltre con un eccesso di ottimismo – sarebbe «rompere la gabbia», «aprirsi agli altri», farsi guidare dalla curiosità «verso i diversi».
Benché colga uno dei caratteri del razzismo – cioè l’essere un fenomeno a geometria variabile, nel quale le vittime di ieri possono divenire i carnefici di oggi e le vittime di oggi possono condividere pregiudizi verso chi è ancora più in basso di loro nella scala del disprezzo – questa teoria spontanea è riduzionista: trascura le dimensioni economica, istituzionale, politica, mediatica del razzismo e sembra ignorare che esso è un sistema complesso, spesso subdolo, di disuguaglianze sociali, caratterizzato da forti scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti.
Non escludo che l’ignoranza sia un fattore da prendere in considerazione, ma in un senso ben diverso: se interpretata come non-possesso di strumenti e competenze per cogliere, decifrare e nominare correttamente fenomeni e fatti non contemplati dalla propria educazione e socializzazione, se intesa come convinzione di sapere, quando invece si sa nella forma del pre-giudizio, l’ignoranza può essere considerata una delle tante ragioni che contribuiscono a costituire una «comunità razzista» (nel caso di molti dirigenti, militanti e seguaci della Lega nord ciò è palese) (…).
Ma, ripeto, né l’ignoranza né il pregiudizio sono sufficienti a spiegare il razzismo. E quanto alla paura, a me sembra che i sentimenti prevalenti nella «comunità razzista» siano piuttosto la frustrazione, il risentimento, il rancore, la rabbia, alimentati dal senso d’incertezza e di frustrazione, d’impotenza e di perdita di fronte alle trasformazioni della società e alla crisi economica, sociale e identitaria. Se questo è vero, il circolo vizioso favorito dagli imprenditori politici e mediatici del razzismo produce ciò che, parafrasando Enzensberger, potrebbe definirsi come socializzazione del rancore. E questo si indirizza verso chi, non previsto e non desiderato, è considerato come occupante abusivo del nostro territorio e della nostra nazione, entrambi, come ho detto, sempre più evanescenti. «Padroni a casa nostra» è lo slogan leghista che raccoglie, riassume e legittima questo sentimento.
La paura, del resto, non spiegherebbe l’indifferenza sociale – il lasciar morire – di fronte allo straniero inerme, bisognoso o vittima: un atteggiamento tutt’altro che raro, che sembra smentire un tratto ritenuto tipico del carattere nazionale, cioè l’inclinazione alla pietà, alla compassione, alla solidarietà. Di sicuro non sono compassionevoli – e neppure rispettose dei diritti umani – quelle norme, contenute nel disegno di legge approvato dal Senato il 5 febbraio 2009, che invitano implicitamente il personale sanitario a segnalare alla polizia gli immigrati «irregolari» che ricorrano alle cure sanitarie e che interdicono a chi non è in regola con il permesso di soggiorno di sposarsi e perfino di riconoscere i propri figli: lo stereotipo che rappresenta l’Italia come la patria del mammismo, del sentimentalismo e del buon cuore ne esce a pezzi (…).
Possiamo ipotizzare allora che dietro vi sia qualcosa di più generale e di più profondo della semplice indifferenza o insensibilità verso la sorte dell’estraneo: l’incapacità di confrontarsi con la vulnerabilità propria e comune a tutti i viventi, e dunque con la finitezza e la morte. I più vulnerabili – animali, estranei, poveri, omosessuali, donne straniere – stanno in quella plaga simbolica dell’alterità indistinta che ispira alternativamente indifferenza – nel senso del lasciar morire – oppure aggressività – nel senso dell’annullare o del sopprimere.

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L’Album di Dalla Chiesa e l’Afghanistan di Minasi

giovedì, agosto 20th, 2009

Album di famiglia, di Nando dalla Chiesa

Una famiglia che è parte della nostra storia, nell’album romanzo di quattro generazioni di italiani.

Trentacinque brevi colloqui immaginari con gli affetti di quattro generazioni. Un album-romanzo sfogliato partendo da un oggetto, un luogo, una frase, un episodio, una foto, un ricordo. Per render conto di come una famiglia ha affrontato la sua pubblica storia, così che anche questa possa essere riletta con qualche sfumatura in più. E per raccontare come, grazie e dentro a questa fitta rete di affetti, alcuni valori di fondo si sono trasmessi attraverso gli sconvolgimenti sociali e politici di un secolo intero. Dalle generazioni dell’ultimo Ottocento fino a quelle del Duemila. Da chi conobbe entrambe le guerre a chi venne educato sotto il fascismo e scelse la Resistenza. Da chi divenne adulto con il Sessantotto a chi fece la prima comunione il giorno dopo l’assassinio di Falcone.
Perché, pur nei grandi cambiamenti e al di là dei conflitti tra padri e figli, alla fine la famiglia trasmette i suoi valori e fa scegliere come camminare con gli altri. E insegna a stare in quella che con troppa deferenza chiamiamo la Storia.

Album di famiglia, di Nando dalla Chiesa, Einaudi editore, 2009

e per capire l’Afghanistan…

Lavorare in un Paese complesso nel contesto privilegiato di un’Ambasciata, confrontarsi con cosa si può e non si Mille giorni a Kabul, di Nicola Minasipuò fare, osservare grandi trasformazioni nella ricerca di un contatto profondo con la realtà del luogo, mentre si ragiona sulla vita che cambia: sono alcuni temi di questo libro ambientato nell’Afghanistan post-2001. Da uno sguardo personale emergono la sfida di una missione avvincente, i pregi e i limiti dell’impegno internazionale e l’emozione di una scoperta continua. Senza paludamenti, un racconto da “dietro le quinte” su quest’affascinante realtà.

Mille giorni a Kabul, di Nicola Minasi, Rubbettino editore, 2009

Nicola Minasi, nato a Roma nel 1973, si è laureato in Scienze Politiche alla Luiss a Roma nel 1997 e ha conseguito un Master in Studi dello Sviluppo presso la “London School of Economics” nel 1999. Durante il servizio militare è stato ricercatore presso il Centro Militare di Studi Strategici (1996-1997). È entrato nella Carriera Diplomatica nel 1999. Dopo sette anni di servizio negli Emirati Arabi Uniti ed in Afghanistan, in entrambi i casi come funzionario vicario dell’Ambasciatore, è rientrato al Ministero degli Affari Esteri nell’autunno 2008. Ha pubblicato articoli e studi sui rapporti euro-mediterranei e l’Afghanistan post-2001. Ama leggere e viaggiare e nutre una passione per la cultura classica, araba e orientale.
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Marco Travaglio… a Ostiglia (Mn)!

martedì, giugno 23rd, 2009

Marco e Ferruccio ad Ostiglia! OSTIGLIA

VENERDI 3 LUGLIO 2009 ore 21.00

Cortile municipale

(in caso di maltempo, presso il Cinema Teatro Sociale)

MARCO TRAVAGLIO

presenta

ITALIA ANNO ZERO

introduce FERRUCCIO PINOTTI autore de “L’Unto del Signore”

Il fatto e l'Unto del Signore

L’incontro è organizzato dall’Associazione Culturale “Nogara Europa-Articolo 54″ e dal Siulp – Segreteria provinciale di Mantova. Col patrocinio del Comune e della Pro Loco di Ostiglia. In collaborazione con la libreria Piccolo Principe di Isola della Scala e Mind-Up, la Formazione per emozioni, corsi per aziende e privati.

Un ringraziamento particolare a coloro che hanno contribuito alla realizzazone della magnifica serata: Cristiano, Lorena, Damiano, Silvia, Raffella, Luciana, Nadia, Gabriele, Francesco, Dalia, Gianluca, Mirco, Ilaria, Comune e Proloco di Ostiglia e, ovviamente, un grazie immenso a Marco Travaglio e Ferruccio Pinotti per il loro lavoro e coraggio!

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L’Unto del Signore, di Ferruccio Pinotti

martedì, giugno 9th, 2009

L’intesa con il Vaticano, la nascita di Forza Italia,
le oscure origini di una grande fortuna.
Affari, fede e potere nell’Italia
secondo Silvio.

”Appena suona la moneta nella cassa, l’anima salta fuori dal Purgatorio.” unto-del-signore
Johann Tetzel, 1516

Di Berlusconi molto è stato detto e scritto. Ma pochi si sono soffermati sull’intreccio di rapporti che lo legano al mondo cattolico. In queste pagine, Pinotti e Gümpel ripercorrono la straordinaria avventura del Cavaliere in una prospettiva originale, che ne illumina i lati oscuri caricando di nuovo senso le sue scelte politiche. Partendo dai suoi primi passi di imprenditore, l’inchiesta racconta la vera storia della Banca Rasini e dei suoi soci, analizza le connessioni con Calvi e Sindona e le operazioni offshore, e ricostruisce le origini della Fininvest, con il suo complesso e inestricabile gioco di scatole cinesi. Attraverso preziose testimonianze inedite, rilegge la nascita di Forza Italia, i rapporti con l’Opus Dei e Cl, lo scambio di favori con la Curia, i legami con i nuovi cavalieri della finanza bianca, fino all’involuzione teocon sui grandi temi bioetici e alle battaglie in favore della famiglia. Una “santa alleanza” unisce i due poteri forti del nostro Paese, che sembrano non poter più fare a meno uno dell’altro.

Bur Futuropassato, Rizzoli

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Assalto alla Diaz, di Simona Mammano

lunedì, giugno 8th, 2009

Simona l’aveva detto e l’ha fatto. Così, a metà del mese prossimo [maggio] uscirà questo libro, Assalto alla Diaz. Polizia e G8 – L’irruzione del 2001 ricostruita attraverso le voci del processo di Genova. L’argomento è ben chiaro da titolo e sottotitolo, ma la particolarità di questo lavoro è che Simona di professione è assistente capo della PdS, dunque ha deciso di rievocare quei fatti da persona che da vent’anni veste una divisa. Ma che la sua posizione andasse oltre l’accesa critica verso l’irruzione nella scuola genovese lo aveva già dimostrato con il racconto Diaz, inserito all’interno dell’antologia La legge dei figli (Meridiano Zero, 2007). Questi i contenuti di questo nuovo libro, la cui prefazione è firmata da Carlo Bonini, giornalista in forza a Repubblica e autore di Acab: assalto alla diaz

Questo libro parla con le voci di chi si trovava dentro la scuola Diaz di Genova la notte del 21 luglio 2001: manifestanti e poliziotti. Voci che hanno scandito mesi di udienze in un’aula di giustizia, raccontando la stessa vicenda da più punti di vista, da fronti opposti, con versioni discordanti. Ma voci che ricostruiscono, al di là della sentenza finale, l’esplosione di una “macelleria messicana” spacciandola per una “colluttazione unilaterale”.

Assistente capo della Polizia di Stato, Simona Mammano è iscritta al sindacato SILP-CGIL e in passato ha collaborato come quadro sindacale del Siulp di Bologna curando dal 1997 al 2007 il premio “Franco Fedeli”, assegnato al miglior libro poliziesco italiano. Ha pubblicato nel 2007 nell’antologia La legge dei figli, edito da Meridiano Zero, il racconto “Diaz”. Scrive per la pagina dei libri di “Repubblica Bologna”, “Polizia e Democrazia”, “Thriller Magazine”,“Milano Nera” e “Delitti di carta”. È docente di Sociologia della comunicazione presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Bologna dal 2006.

Fonte: Xaaraan – il blog di Antonella Beccaria

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La Costituzione italiana… per la scuola

lunedì, maggio 18th, 2009

La Costituzione della Repubblica Italiana

Monografia per la scuola educazione alla legalità

di Marco Ottanelli

A cura di Claudio Giusti, Piero Grasso, Corrado Mauceri, Severino Saccardi, Luciano Silvestri, Sergio Tamborrino.

In collaborazione con la Fondazione Antonino Caponnetto abbiamo ideato una collana dal Titolo “Monografie per la Scuola – educazione alla legalità”.

Da tempo è stata abbandonata l’Educazione civica quale disciplina del programma di studio e abbiamo osservato una disattenzione crescente nei confronti della nostra Carta fondamentale, disattenzione che è all’origine di una diffusa ignoranza dei diritti e doveri fondamentali di ogni cittadino. Questa assenza della Costituzione dai banchi di scuola impedisce anche di avviare una discussione sui valori condivisi e sul tema della legalità, temi che sono emersi con prepotenza non solo per i comportamenti di scolari e studenti, ma più in generale per la mancanza di una cultura delle regole nel nostro Paese. Per queste ragioni ci sembra opportuno iniziare con essa e proporre un approccio nuovo alla Carta costituzionale nelle scuole medie.

Il volume contiene una introduzione di carattere storico; la-costituzione-italiana-ottanelli

uno scritto di Antonino Caponnetto sui principi di essa in cui sono riassunti i suoi molteplici interventi nelle scuole e fra i cittadini;

poi il commento puntuale da parte del nostro autore che si è attenuto ai resoconti dei lavori dell’Assemblea Costituente. Una disamina, articolo per articolo, della Prima Parte della Costituzione ed un esame della Seconda Parte. Integrano l’opera alcuni saggi su temi che il giudice Antonino Caponnetto chiamava i quattro grandi valori più un saggio sul primato della legge e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

A conclusione, delle schede tematiche serviranno da guida per insegnanti e studenti allo scopo di approfondire e conoscere la Costituzione.

Diple Edizioni

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Le parole di una vita

venerdì, febbraio 20th, 2009

Storia di un poliziotto che è stato un “carbonaro”, che ha lottato per cambiare il suo mondo e quello degli altri: il capitano che non si piegò alle imposizioni delle gerarchie. Questo è il suo libro.

…Avevano tradito. Gianni e Riccardo avevano osato raccontare quello che i loro commilitoni, violando leggi, regolamenti ed etica professionale andavano facendo nelle protette stanze dei distretti di Polizia. parolediunavita
Ma erano andati oltre. Il loro gesto aveva messo davanti a una precisa scelta gli uomini che volevano dirigere il primo sindacato di Polizia. Costoro, di fronte alla denuncia di torture, l’accusa più infamante che possa raggiungere un reparto di Polizia, avevano due strade. Chiedere che si andasse sino in fondo, appoggiare e sostenere i poliziotti che avevano avuto il coraggio di parlare, stroncare ogni tentativo di copertura e omertà corporativa. Oppure chiudersi a riccio, coprire i presunti colpevoli, isolare chi si era preso la briga di denunciare. Scelsero la seconda strada. La più semplice, la più ovvia, la più vigliacca. Un ufficiale di polizia che divenne uno dei più alti dirigenti del Siulp e che poi ha percorso una lunga carriera, fece, in quei giorni della primavera del 1982, una considerazione precisa. A me cronista, che gli chiedevo perché stava abbandonando Ambrosini e Trifirò al loro destino, rispose testualmente: “Queste cose (quelle che dicono Ambrosini e Trifirò, ndr) voglio dirle per tre anni, non adesso e mai più”. L’ufficiale venne eletto e quelle cose non le ha più dette. Mai.
Riccardo invece venne emarginato, gli bruciarono la porta di casa, fu costretto a lasciare il Siulp alla cui fondazione aveva contribuito in modo determinante. Ancora adesso ci sono dirigenti di Polizia che considerano quel periodo un “periodo buio della sua carriera, un’ombra sulla sua vita professionale.
Riccardo non si preoccupava dell’emarginazione. Continuava a lottare, scriveva articoli su articoli per Franco Fedeli, sosteneva come e dove poteva le proprie opinioni ci sentivamo spesso per telefono. E dei giorni della mia breve prigione mi ripeteva. “Non l’ho certo fatto per te di andare dal magistrato, per me potevi restare in galera per mesi. L’ho fatto perché quello che era successo era sbagliato, perché tutto non doveva diventare la bugia di un giornalista”. Sapevo che l’aveva fatto per tutte e due le ragioni…
Pier Vittorio Buffa

Per informazioni telefonare allo 06.66151476 o scrivere ad info@poliziaedemocrazia.it

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“COLLETTI SPORCHI” di Ferruccio Pinotti e Luca Tescaroli

sabato, gennaio 10th, 2009
Pubblichiamo lo speciale Tg2 – 10′ con un’intervista a Luca Tescaroli, trasmesso in occasione del 15° anniversario della strage di Capaci.

LUCA TESCAROLI presenterà ad ADRIA (Ro)  “Colletti sporchi” sabato 24 gennaio, ore 18.00, presso il Teatro Ferrini.

Finanzieri collusi, giudici corrotti, imprenditori e politici a libro paga dei boss. L’invisibile anello di congiunzione tra Stato e mafie. Viaggio nella borghesia criminale guidati da un magistrato sempre in prima linea. fronte colletti

Il white collar crime è un reato inafferrabile, eppure molto pericoloso per la democrazia perchè corrompe il tessuto dei nostri rapporti sociali, dell’economia e del lavoro. Per smontarne i meccanismi, Pinotti e Tescaroli attraversano la storia più oscura del nostro Paese, raccontandone le vicende e interogando la memoria dei protagonisti. In questa intensa ricostruzione, le voci di grandi magistrati, tra cui Caselli, Ingroia, Di Matteo, Petralia, Gratteri, si intrecciano alle parole dei collaboratori di giustizia, da Buscetta a Brusca a Cancemi. Alle riflessioni dell’economista Loretta Napoleoni fanno da contrappunto il pensiero del banchiere Giovanni Bazoli, e del direttore di “Foreign Policy” Moisés Naìm. Il quadro che ne emerge è inquietante: è nella zona grigia il vero terreno della lotta per la legalità.

In libreria dal 26 novembre

www.grandinchieste.it il sito di Ferruccio Pinotti

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LA MAFIA CONTROLLA 1/3 DEL TERRITORIO ITALIANO

di Maria Loi – Fonte: AntimafiaDuemila.com – 9 dicembre 2008

Le strutture mafiose nel nostro Paese sono così potenti da condizionare la vita economica del Paese. Un 1/3 del territorio italiano è controllato dalle mafie, una realtà con la quale conviviamo da almeno 150 anni.

Sono le parole del sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli al programma Le Storie. Diario italiano, di Corrado Augias, in onda stamani su Rai 3. L’occasione è stata la presentazione del libro Colletti sporchi di cui è autore con il giornalista Ferruccio Pinotti.
Il libro si sofferma ad analizzare quell’anello invisibile di connessione che esiste tra lo Stato e la mafia. Secondo il magistrato la convivenza tra lo Stato e le strutture mafiose è possibile perché la linea di demarcazione tra queste due  realtà non è mai stata così netta. Anzi, vi sono aree di compenetrazione che agevolano e permettono alle strutture mafiose non solo di rimanere vitali, ma di perpetrare il loro potere anche durante i periodi di reazione che vi sono stati ciclicamente nel nostro Paese. Il problema è che non si è riusciti a colpire efficacemente nel punto fondamentale cioè proprio in quelle relazioni esterne che poi sono l’oggetto di questo libro.
Il giornalista Ferruccio Pinotti ha ricordato che il nostro è l’unico Paese in cui i partiti non esitano a  candidare esponenti politici che hanno avuto rapporti con la mafia e che sono stati indagati. Un fatto gravissimo che non avviene in nessun altro Paese europeo. Amareggiato ha detto che abbiamo in Parlamento gente condannata anche per reati associati alla mafia, cosa che non accade in Germania, Francia, Spagna. In questo rapporto tra mafia e politica la merce di scambio sono i voti e il sistema di relazioni economiche che consentono alla mafia di godere di legislazioni sostanzialmente tenui nella condanna del fenomeno.
Il dottor Tescaroli ha precisato che la corruzione genera un impoverimento progressivo della nazione; non devono quindi sorprendere i dati della Caritas secondo i quali 15 milioni di italiani sono a rischio povertà. Una delle cause è anche questa.
Il magistrato definisce la mafia una zavorra che ruba il futuro ai giovani perché impedisce lo sviluppo, si oppone agli investimenti e contrasta la libera concorrenza.
Chi fa impresa, soprattutto nelle regioni del Sud, è costretto a convivere con questo cancro e a subire il ricatto e costi aggiuntivi per poter lavorare. Infatti come ricorda molto bene il collaboratore Francesco Campanella, che aveva riportato una direttiva di Provenzano secondo la quale la mafia deve fare impresa, oggi la mafia ha iniziato a svolgere l’attività con proprie strutture organizzative servendosi di intermediari non solo nell’edilizia ma in molti altri settori come i centri commerciali e le scommesse clandestine. In questo modo imbriglia il settore sano dell’economia.

Video dell’intervista di Augias a Pinotti e Tescaroli

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