Archive for the ‘Libri’ Category

“C’è di mezzo il mare” di Riccardo Finelli

venerdì, dicembre 26th, 2008

copertinacedimezzoilmare

Da Linosa a San Lazzaro degli Armeni. Da Tavolara a Isola Maggiore. E poi Levanzo, Ginostra, Capraia, Alicudi, Gorgona, Marettimo, Santa Maria. Undici isole “fuori rotta”, raccontate dai propri abitanti.
In un viaggio che odora di nafta e spuma, spuntano personaggi incredibili capaci ogni giorno di inventarsi l’esistenza con un mare in mezzo: pastori, sedicenti re, galeotti, sbirri, pittori, maestre, ex-camionisti e pure qualche (ma solo qualcuno) pescatore.

Undici isole che sono mondi a sè. Distanti dalla terraferma molto più delle già tante ore di traghetto necessarie a raggiungere il porto più vicino.

Eppure capaci a modo loro di riprodurre in sedicesimo la vita che c’è di là dall’acqua.

Tavolara Alicudi

Visita il sito dell’Autore, Riccardo Finelli

C’è di mezzo il mareIncontri Editrice (2008)

Dello stesso Autore:

Storie d’Italia, viaggio nei comuni più piccoli di ogni regione – Incontri Editrice (2007)

Raccontare i comuni più piccoli d’Italia significa intraprendere un viaggio tutto di confine: la civiltà antropizzata da una parte e le brume del nulla che avanza dall’altra. Il nulla delle botteghe sbarrate, delle stalle abbandonate, della selva ignorante che tutto avvolge.
I comuni raccontati nel libro sono fuori mano per definizione, amministrativamente scorretti, politicamente ridicoli e sempre in lista quando ministri o assessori promettono di sforbiciare le spese.

storie d'italiaIn tempi di standardizzazioni fordiane di consumi e stili di vita, i micro-comuni avranno però sempre un senso profondo. Come minimo rappresenteranno pur sempre dei “LUOGHI”.
Baluardi di umana fisicità sbattuti in faccia ai “non luoghi” delle anonime periferie in pietra a vista, dei centri commerciali iperbarici, delle comunità virtuali. Luoghi segnati dai guai e dalle glorie di chi ci ha abitato, dove le generazioni riescono ancora a succedersi lasciando tracce di sé su muri, orti e strade. Luoghi in cui riesci ancora a chiedere in prestito un uovo alla vicina. Ma soprattutto potranno diventare (forse lo sono già) tanti laboratori a sud di se stessi, dove con ingegno e un po’ di culo qualcuno potrà sperimentare inediti stili di vita. Non solo per respirare un po’ di aria buona, ma anche per recuperare un equilibrio interiore capace di dribblare l’anomia, l’ansia e il perenne apparire cittadino.

Per leggere alcune pagine del libro, clicca qui

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“Fogli di via” di Gianpaolo Trevisi

mercoledì, ottobre 8th, 2008

I FOGLI DI VIA hanno il timbro delle Questure, le firme di Questori e Vice Questori, proprio come questo libro scritto da un vice questore, i cui protagonisti sono donne e uomini con volti e sentimenti, concretezza e tenerezza, responsabilità e solidarietà. fogli-di-via
Il vice questore lascia il suo posto e passa dall’altro lato della scrivania e così nasce il libro che mancava, un libro che si legge tutto d’un fiato scritto per superare quella fase di stallo, di contrapposizioni e di pessimismo che non serve a nessuno e non costruisce futuro.
Il racconto prende il posto delle statistiche, fatte di numeri freddi e impersonali. In un crescendo coinvolgente porta a sognare un mondo le cui uniche frontiere invalicabili siano quelle dell’emarginazione del più debole, del diritto alla vita e del rispetto per tutti nella diversità delle culture.

Presentazione di Gad Lerner

Sapere che esistono ufficiali di polizia “armati” dell’umanità di Gianpaolo Trevisi, e capaci di scrivere storie belle come queste che state per leggere, non è di per sé motivo di stupore. Ci mancherebbe: gli uomini e le donne impegnati a garantire il rispetto della legalità e della sicurezza pubblica vivono su una speciale frontiera della condizione umana dov’è impossibile restare a lungo indifferenti. O per legittima difesa anestetizzi i tuoi sentimenti, oppure sviluppi una sensibilità dolente, speciale, difficile da reggere.
Vorrei spiegarvi, allora, perché l’incontro con il libro del Vice Questore Trevisi suscita in me, niente meno, l’orgoglio di essere suo concittadino. Dà un perché al mio essere italiano.
Sì, italiano come lui, nonostante il nome che denuncia un’origine lontana. Nonostante abbia vissuto più della metà della mia vita senza una cittadinanza, e solo passati i trent’anni d’età il paese che così generosamente mi ha accolto abbia ritenuto possibile concedermi il suo passaporto. Guai a chi me lo tocca. Guai a chi volesse insinuare che sono “meno italiano” di lui!
A questo punto avrete capito quel che mi coinvolge e mi commuove nei racconti di Trevisi.
Li ho conosciuti anch’io i corridoi degli Uffici Stranieri delle Questure italiane. Ho trascorso ore e ore di fila per rinnovare il mio permesso di soggiorno, magari scordandomi il certificato necessario e implorando l’agente di turno di evitarmi il bis. Col nome storpiato all’anagrafe del Comune che dunque non corrispondeva. Con quella strana sub-specie di passaporto marroncino che la Convenzione di Ginevra assegnava agli apolidi neppure in grado di godere dello speciale status loro riservato.
Mi guardo bene dal fare la vittima. Non ho mai fatto la fame, né rischiato l’espulsione (dove, del resto?). Considero anzi una fortuna, un arricchimento prezioso, l’esperienza vissuta a contatto con gli altri cosiddetti stranieri e gli ufficiali incaricati di rendere il più legale possibile la nostra esistenza. Raccomanderei come profilassi dell’anima a ogni cittadino veronese, milanese, napoletano, romano di trascorrere un paio di mezze giornate nell’ambiente di lavoro di Trevisi. In molti cambierebbero atteggiamento.
Il processo mentale e l’espediente letterario che caratterizzano questo libro, si possono dire con parole diverse, tutte belle. Empatia. Simpatia. Sintonia. Compassione. Identificazione. Immedesimazione. Transfert. Ma per dirla in maniera più immediata, quella che ammiro in Gianpaolo Trevisi è la capacità di mettersi nei panni degli altri. Virtù essenziale per chi voglia comunicare efficacemente, ma anche per chi non abbia dimenticato il senso profondo del “prendersi cura”: attività che dovrebbe contraddistinguere l’essere umano come animale dotato dell’istinto della socialità. Ma che dovrebbe considerarsi addirittura doverosa in chi svolge funzioni di pubblico ufficiale nel campo della sanità, dell’assistenza, dell’insegnamento, della sicurezza.
Trevisi, badate, non è un poliziotto debole di stomaco che piange le sue vittime. È un ufficiale che ha capito come sia necessario, per fare davvero il proprio dovere, entrare in relazione con l’interlocutore, tanto più là dove s’instaura una relazione di potere. Il destino degli agenti di pubblica sicurezza è spesso quello di finire “in mezzo”, là dove si manifestano ingiustizie e sofferenze di un tessuto sociale sempre più afflitto dalle disuguaglianze. La consapevolezza lì “in mezzo” si rivela di mediazione preziosa.
Spero che tanti colleghi di Gianpaolo Trevisi leggano i suoi racconti e ci si identifichino. Non serviranno certo per classificarli fra i buoni e i cattivi. La letteratura, quando vale, riesce a farci capire i perché delle nostre reazioni. Trevisi non distribuisce pagelle ma lacrime e sorrisi.

Trevisi Gianpaolo
Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza e dopo la nomina a Vice Commissario viene assegnato alla Questura di Verona. Per cinque anni Dirigente dell’Ufficio Immigrazione e ora è il Vice Dirigente della Squadra Mobile. Con il suo racconto “L’africa in un cassonetto” ha ottenuto il primo posto al concorso letterario nazionale della rivista “Polizia Moderna”.

Visita il blog di Gianpaolo Trevisi

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“Poteri forti” di Ferruccio Pinotti

mercoledì, ottobre 8th, 2008
La morte di Calvi e lo scandalo dell’Ambrosiano.

La nuova ricostruzione delle misteriose trame della finanza italiana. poteri forti

La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto quanto ha per lunghi anni caratterizzato il rapporto tra me, il mio gruppo e il Vaticano.
Roberto Calvi
lettera a Giovanni Paolo II, 5 giugno 1982

Una storia di più di vent’anni fa, sempre occultata, che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue e posto drammatici interrogativi. Ma ora l’inchiesta è stata riaperta. Dopo il caso Parmalat e tanti altri disastri finanziari, si sta finalmente cercando di sfondare un muro invisibile di omertà e reticenza. Il banchiere Roberto Calvi è stato ucciso: perché? Opus Dei, Vaticano, P2, mafia, banchieri, sacerdoti, agenti segreti, avvocati, immobiliaristi, onorevoli e tanti soldi sporchi che hanno fatto il giro del mondo.
Le tappe di una vicenda italiana ricostruita grazie a documenti inediti e nuove testimonianze. A cominciare dal figlio di Calvi, che qui per la prima volta racconta tutto.

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Intervista Ferruccio Pinotti – Unosat

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“Fede nel diritto” di Piero Calamandrei

martedì, ottobre 7th, 2008

La certezza del diritto e il culto della legalità sono la trincea presidiata da Piero Calamandrei all’indomani dell’invasione nazista della Polonia. Negli anni oscuri della guerra e della dittatura ilcalamandrei giurista si interroga: «il diritto qual è, quello del vincitore o quello del vinto, quello di chi vuol mantenere le proprie leggi, o quello di chi vuol  instaurare un ordine nuovo in luogo delle leggi abbattute?». In queste pagine, il testo inedito di una appassionata conferenza di Calamandrei sui confini tra politica e scienza giuridica, ‘diritto libero’ dei totalitarismi e tradizione giuridica romana.

1. Una travagliata apologia della legge di Gustavo Zagrebelsky - 2. Il rifiuto del sistema normativo dei totalitarismi di Pietro Rescigno - 3. Un atto di «fede nel diritto» di Guido Alpa - 4. FEDE NEL DIRITTO – Appendice Tra Socrate e Antigone di Silvia Calamandrei - Il dialogo epistolare tra Calamandrei e Calogero

Editori Laterza

Se la legge è uguale per tutti
Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica, 17-09-2008

Anticipiamo parte dell´introduzione di Gustavo Zagrebelsky a un testo inedito di una conferenza che Piero Calamandrei pronunciò nel gennaio del 1940 e che ora viene raccolto in un volume intitolato Fede nel diritto (a cura di Silvia Calamandrei, Laterza, pagg. 148, euro 12)
La conferenza (di Calamandrei, n.d.r.) è un´apologia della legalità. La legalità non è solo un elemento della forma mentis del giurista, o di quel tipo di giurista (legalitario, appunto) nel quale Calamandrei si riconosceva. È per lui un elemento morale, che corrisponde esso stesso a un´idea di giustizia: nella legge e nel suo rigoroso rispetto sta la giustizia dei giuristi, giudici, avvocati, studiosi del diritto. E non perché egli creda in un legislatore-giusto, che è tale perché e in quanto da lui promanino leggi giuste, come possono ritenere i giusnaturalisti di ogni specie; e nemmeno perché creda in un giusto-legislatore, dal quale, per qualche qualità sua propria, provengano leggi giuste per definizione, come ritengono i gius-positivisti ideologici; ma perché crede che la legge in se stessa, in quanto cosa diversa dall´ordine particolare o dalla decisione caso per caso, contenga un elemento morale di importanza tale da sopravanzare addirittura l´ingiustizia eventuale del suo contenuto.
Questo elemento morale risiede nella forma-legge in quanto tale, cioè nella forma generale e astratta in forza della quale si esprime, poiché questa è la “forma logica” della solidarietà e della reciprocità tra gli esseri umani, su cui soltanto società e civiltà possono edificarsi. I toni attraverso i quali è tratteggiata questa concezione della legge, tipicamente razionalista, sono particolarmente appassionati: la legge generale e astratta «significa che il diritto non è fatto per me o per te, ma per tutti gli uomini che vengano domani a trovarsi nella stessa condizione in cui io mi trovo. Questa è la grande virtù civilizzatrice e educatrice del diritto, del diritto anche se inteso come pura forma, indipendentemente dalla bontà del suo contenuto: che esso non può essere pensato se non in forma di correlazione reciproca; che esso non può essere affermato in me senza esser affermato contemporaneamente in tutti i miei simili; che esso non può essere offeso nel mio simile senza offendere me, senza offendere tutti coloro che potranno essere domani i soggetti dello stesso diritto, le vittime della stessa offesa. Nel principio della legalità c´è il riconoscimento della uguale dignità morale di tutti gli uomini, nell´osservanza individuale della legge c´è la garanzia della pace e della libertà di ognuno. Attraverso l´astrattezza della legge, della legge fatta non per un solo caso ma per tutti i casi simili, è dato a tutti noi sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte».
«Indipendentemente dalla bontà del suo contenuto», «anche quando il contenuto della legge gli fa orrore». Queste proposizioni non possono non colpire profondamente, sia per l´immagine ch´esse rendono del giurista e della giurisprudenza, sia per il carattere assolutorio del servizio che i giuristi prestino all´arbitrio che si manifesta in legge: il servizio allo “Stato di delitto” (per usare la formula di Gustav Radbruch) che si fa schermo delle forme dello Stato di diritto. Il giurista come puro esecutore della forza messa in forma di legge? Non è questa una concezione servile del “giurista, giudice o sapiens”, che riduce il coetus doctorum a “una sorta di congregazione di evirati”?, ha domandato polemicamente. Tutto questo sembra scandaloso ? si può aggiungere ?, soprattutto in un´epoca nella quale la legge aveva dimostrato tutta intera la sua disponibilità a qualunque avventura, nelle mani di despoti e perfino di criminali comuni, impadronitisi del potere. In Italia, non si trattava solo delle leggi che avevano istituzionalizzato l´arbitrio poliziesco e la vocazione autoritaria del fascismo (per esempio, il codice penale del ´31, o il Testo Unico delle leggi di p.s. del ?34). Si trattava, niente di meno, delle leggi razziali del ?38, sulle quali non una parola è spesa nella conferenza: leggi che paiono dunque essere tacitamente comprese, nella sua argomentazione, tra quelle cui si deve “culto a ogni costo” e ossequio, sia pure, eventualmente “sconsolato”, un ossequio dovuto, da parte dei giuristi consapevoli del compito che è loro proprio, come atto di “freddo e meditato eroismo”. Queste espressioni, che sono state intese come manifestazione di piaggeria verso il regime, non si leggono oggi senza scandalo.
Ma è proprio così? Il silenzio tenuto in proposito si può spiegare certo col clima d´intimidazione poliziesca del tempo. Ma non è questo il punto che qui interessa. Interessa piuttosto sottolineare che nella nozione “formale” di legge, cui Calamandrei si riferiva, non potevano rientrare leggi come quelle razziali, leggi discriminatici per antonomasia, con riguardo alle quali non si sarebbe certo potuto parlare di reciprocità, capacità di valere oggi per uno e domani per l´altro, solidarietà in una sorte comune, virtù educatrice e civilizzatrice: caratteristiche proprie della legge generale e astratta cui Calamandrei si riferiva, che sono invece puntualmente contraddette da atti in forma di legge aventi lo scopo di spaccare la comunità di diritto, espellendone una parte. Chi potrebbe parlare, per quelle leggi, di reciprocità, valenza generale, solidarietà, eccetera? L´elogio della legalità non era dunque riferito alla pura e semplice forma del potere che si fosse espresso nel rispetto delle vigenti procedure per la produzione di atti d´imperio, chiamati leggi. Era rivolta a quella legalità che esige una determinata struttura della prescrizione: la generalità e l´astrattezza, alle quali soltanto si possono riferire virtù come la reciprocità, la solidarietà, ecc., del tutto estranee alle misure che creano discriminazioni. Queste ultime, dunque, a ben leggere, non sono da comprendere nell´elogio alla legalità, anche se assumono l´aspetto esteriore della legge. (…)
«La scienza giuridica deve mirare soltanto a “sapere qual è il diritto”, non a crearlo; solo in quanto il giurista abbia coscienza di questo suo limite e non tenti di sovrapporsi al dato positivo che trova dinanzi a sé, l´opera sua è benefica per il diritto. Io mi immagino il giurista come un osservatore umile e attento». La certezza del diritto è il valore che primariamente è in gioco, un valore strettamente intrecciato alla sicurezza del singolo, affinché possa «vivere in laboriosa pace la certezza dei suoi doveri, e con essa la sicurezza che intorno al suo focolare e intorno alla sua coscienza la legge ha innalzato un sicuro recinto dentro il quale è intangibile, nei limiti della legge, la sua libertà». Anche a questo proposito, sarebbe facile osservare che queste parole possono sembrare addirittura beffarde, se riferite a leggi che legittimano l´arbitrio. Delle leggi dei regimi autoritari o, peggio ancora, totalitari, tutto si può dire, ma non che esse valgano a protezione della sicurezza delle persone. Ma la preoccupazione di Calamandrei, risultante con evidenza dalla conferenza e da numerosi passi di altri scritti coevi, era la difesa, se non contro l´autoritarismo o il totalitarismo, almeno contro l´arbitrarietà del potere. Era un´ultima e minima linea difensiva, contro quello che in altri tempi si sarebbe detto il dispotismo, cioè il potere capriccioso, imprevedibile, casuale. Così, si spiega l´attaccamento alla legge e, per converso, la polemica contro quello che viene definito il “diritto libero”, considerato il regno dell´arbitrio. (?)
Il “diritto libero” cui Calamandrei si riferisce è un movimento che “libera” la giurisprudenza dall´osservanza stretta della legge, ma allo scopo di sottoporla a una devastante soggezione, la soggezione alle minaccianti pressioni ideologiche e politiche dell´epoca. Gli esempi ch´egli porta, tratti dall´esperienza sovietica e nazista, non sono quelli che ci si aspetterebbe siano forniti da regimi politici e sociali in disfacimento, ma sono quelli di regimi che si sono affermati con durezza e integrità totalitaria. Se non ci si rendesse conto di questo punto, il “chiodo fisso” di Calamandrei ? l´incubo del diritto libero – resterebbe incomprensibile. Forse ci si avvicina al vero, osservando che il “diritto libero” che veniva offrendosi all´attenzione degli studiosi negli anni di Calamandrei era tutt´altro che “libero”: era un diritto fortemente ideologizzato, era un diritto che si alimentava direttamente nella “legalità socialista” o nel Volksgeist nazista e nei loro “valori”. L´attuazione di tali valori, una volta posta come compito dei giudici, avrebbe travolto ogni limite e legittimato ogni azione, perché di fronte ai valori “che devono valere” in maniera assoluta come fini, ogni mezzo è autorizzato. (?)
Ritorniamo, per un momento, alla “politica razziale”, lo scoglio che la conferenza, nell´elogio della legalità, evita accuratamente. Certo, abbiamo difficoltà a vedere differenze di abiezione tra la persecuzione e lo sterminio pianificati per legge, da un lato, o, dall´altro, lasciati all´attivismo dei pogrom, delle azioni “spontanee” della “notte dei cristalli”, delle direttive di partito e dei suoi funzionari, assunte fuori di ogni procedura legale in un raduno di gerarchi (la “conferenza di Wannsee”, ad esempio), diramate illegalmente e in segreto (come avvenne in Germania e poi, dopo l´8 settembre, da noi, nella Repubblica sociale) ed eseguite con zelo creativo anche se, talora, con improvvisazioni controproducenti. Anzi, sotto certi aspetti, la procedura “legale” ci appare ancor più ributtante perché apparentemente “oggettiva”, apparentemente “non coinvolgente” le responsabilità personali, apparentemente più “pulita”. Sotto altri aspetti, però, pubblicizzando e burocratizzando le procedure, almeno si evitava di mettere direttamente in movimento il fanatismo ideologico e l´odio razziale che lo Stato etico diffonde nella società, facendo di ogni suo membro un organo o una vittima. Lo Stato, per quanto criminale, evitava almeno di trasformarsi in orda. La difesa della legalità aveva questo estremo significato. Calamandrei, per la sua concezione della legalità, probabilmente non avrebbe rifiutato la famosa immagine di Eraclito delle leggi come le “mura della città”.

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