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	<title>Articolo 54 &#187; annamaria rivera</title>
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		<title>Regole e roghi, di Annamaria Rivera</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 19:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Regole e roghi 
Metamorfosi del razzismo
Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio  saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;"><span style="color: #800080;"><strong>Regole e roghi </strong></span></h2>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #800080;"><em><strong>Metamorfosi del razzismo</strong></em></span></h3>
<p style="text-align: justify;">Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio <a href="http://www.nogaraeuropa.org/wp-content/uploads/2009/11/regole-e-roghi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-323" title="regole-e-roghi" src="http://www.nogaraeuropa.org/wp-content/uploads/2009/11/regole-e-roghi.jpg" alt="regole-e-roghi" width="147" height="220" /></a> saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti e delle minoranze nelle società europee. Uno dei meriti della raccolta è di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo «democratico» e quello senza aggettivi. Il tema adombrato nel titolo coincide con la tesi principale del volume: <span style="color: #ff0000;"><em><strong>il razzismo istituzionale, veicolato e rafforzato dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve per legittimarsi</strong></em>.</span> Questo circolo vizioso, utile a deviare le ansie collettive e a catturare consenso, tende a ridurre migranti e minoranze a «nuda vita».  <a href="http://www.edizionidedalo.it" target="_blank">Edizioni Dedalo</a>, giugno 2009</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800080;"><strong>Annamaria Rivera</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Annamaria Rivera, antropologa, è docente di etnologia nell’Università di Bari. Per i nostri tipi ha scritto fra l’altro: <em>Frammenti d’America. Arcaico e postmoderno nella cultura americana</em> (1989) e <em>Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale</em> (2000). È coautrice de <em>L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave</em> (2001) e di <em>Niente sarà più come prima</em> (2002).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #800080;">Leggi un brano&#8230;</span></strong></p>
<p><span style="color: #800080;"><em>Il rimosso dell’immigrazione e la socializzazione del rancore</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un’affermazione corrente vuole che a muovere il razzismo ordinario sia la <em>paura</em> – liquida o solida che sia – e che la strategia degli imprenditori politici e mediatici del razzismo miri a sollecitarla e nel contempo a placarla illusoriamente. Quest’ipotesi, pur essendo fondata, ha finito per diventare un luogo comune, talvolta messo al servizio di retoriche, anche benintenzionate, dietro le quali si può leggere un’interpretazione frusta – e all’acqua di rose, si potrebbe aggiungere – del razzismo, ridotto al pregiudizio, all’ignoranza, al sentimento di paura che sempre susciterebbe l’<em>Altro</em>. In una delle varianti di questo genere di retoriche, il pregiudizio, attribuito per lo più alla «gente comune», italiana e straniera, è rappresentato come una proprietà transitiva che andrebbe dal cittadino italiano del Nord fino al più reietto dei minoritari e viceversa, senza distinzione di potere, di ruoli, di status. La chiave per superarlo – si afferma inoltre con un eccesso di ottimismo – sarebbe «rompere la gabbia», «aprirsi agli altri», farsi guidare dalla curiosità «verso i diversi».<br />
Benché colga uno dei caratteri del razzismo – cioè l’essere un fenomeno a geometria variabile, nel quale le vittime di ieri possono divenire i carnefici di oggi e le vittime di oggi possono condividere pregiudizi verso chi è ancora più in basso di loro nella scala del disprezzo – questa teoria spontanea è riduzionista: trascura le dimensioni economica, istituzionale, politica, mediatica del razzismo e sembra ignorare che esso è un sistema complesso, spesso subdolo, di disuguaglianze sociali, caratterizzato da forti scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti.<br />
Non escludo che l’ignoranza sia un fattore da prendere in considerazione, ma in un senso ben diverso: se interpretata come non-possesso di strumenti e competenze per cogliere, decifrare e nominare correttamente fenomeni e fatti non contemplati dalla propria educazione e socializzazione, se intesa come convinzione di sapere, quando invece si sa nella forma del pre-giudizio, l’ignoranza può essere considerata una delle tante ragioni che contribuiscono a costituire una «comunità razzista» (nel caso di molti dirigenti, militanti e seguaci della Lega nord ciò è palese) (…).<br />
Ma, ripeto, né l’ignoranza né il pregiudizio sono sufficienti a spiegare il razzismo. E quanto alla paura, a me sembra che i sentimenti prevalenti nella «comunità razzista» siano piuttosto la frustrazione, il risentimento, il rancore, la rabbia, alimentati dal senso d’incertezza e di frustrazione, d’impotenza e di perdita di fronte alle trasformazioni della società e alla crisi economica, sociale e identitaria. Se questo è vero, il circolo vizioso favorito dagli imprenditori politici e mediatici del razzismo produce ciò che, parafrasando Enzensberger, potrebbe definirsi come <em>socializzazione del rancore</em>. E questo si indirizza verso chi, non previsto e non desiderato, è considerato come occupante abusivo del <em>nostro territorio</em> e della <em>nostra nazione</em>, entrambi, come ho detto, sempre più evanescenti. «Padroni a casa nostra» è lo slogan leghista che raccoglie, riassume e legittima questo sentimento.<br />
La paura, del resto, non spiegherebbe l’indifferenza sociale – il <em>lasciar morire</em> – di fronte allo straniero inerme, bisognoso o vittima: un atteggiamento tutt’altro che raro, che sembra smentire un tratto ritenuto tipico del carattere nazionale, cioè l’inclinazione alla pietà, alla compassione, alla solidarietà. Di sicuro non sono compassionevoli – e neppure rispettose dei diritti umani – quelle norme, contenute nel disegno di legge approvato dal Senato il 5 febbraio 2009, che invitano implicitamente il personale sanitario a segnalare alla polizia gli immigrati «irregolari» che ricorrano alle cure sanitarie e che interdicono a chi non è in regola con il permesso di soggiorno di sposarsi e perfino di riconoscere i propri figli: lo stereotipo che rappresenta l’Italia come la patria del mammismo, del sentimentalismo e del buon cuore ne esce a pezzi (…).<br />
Possiamo ipotizzare allora che dietro vi sia qualcosa di più generale e di più profondo della semplice indifferenza o insensibilità verso la sorte dell’estraneo: l’incapacità di confrontarsi con la vulnerabilità propria e comune a tutti i viventi, e dunque con la finitezza e la morte. I più vulnerabili – animali, estranei, poveri, omosessuali, donne straniere – stanno in quella plaga simbolica dell’alterità indistinta che ispira alternativamente indifferenza – nel senso del <em>lasciar morire</em> – oppure aggressività – nel senso dell’<em>annullare</em> o del <em>sopprimere</em>.</p>
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