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Riforma della giustizia, i paletti di LeG

martedì, maggio 4th, 2010

Questo documento di LeG è stato scritto dal presidente emerito del Corte costituzionale Valerio Onida e approvato dal Consiglio di presidenza e dalla direzione tutta dell’associazione presieduta da Sandra Bonsanti e che ha come presidente onorario Gustavo Zagrebelsky.

Per costruire una “giustizia più giusta” serve davvero una riforma costituzionale? Le proposte avanzate, in realtà, non rispondono correttamente ai problemi veri. Piuttosto riflettono la voglia di rivincita del ceto politico rispetto a quello che viene visto come (e magari talvolta è) indebito attivismo giudiziario con effetti politici. Ecco i punti più controversi delle proposte, sui quali LeG esprime un giudizio assolutamente negativo.

1. Obbligatorietà dell’azione penale (art.112 della Costituzione)
Abolire l’obbligatorietà dell’azione penale e riconoscere alla magistratura inquirente una discrezionalità nell’agire che oggi le si rimprovera di usare di fatto è una contraddizione. Vorrebbe dire cioè riconoscere un “padrone” dell’azione penale, perché il pm potrebbe decidere se perseguire – o non perseguire – un reato anche in vista di interessi estranei alla garanzia della legalità (come interessi politici, generali o di parte). Allora il rischio che le garanzie siano asservite ad interessi politici contingenti sarebbe enormemente più alto. Il che metterebbe a rischio il principio di uguaglianza previsto dalla nostra Costituzione.  libertà e giustizia
Se la discrezionalità dei pm venisse usata secondo criteri dettati dalla politica, dipendenti direttamente da un programma politico, allora si attenterebbe direttamente all’indipendenza e all’imparzialità della funzione giudiziaria. Se il potere di agire venisse esercitato in modo indipendente da organi dell’accusa che non rispondono se non a se stessi, allora la discrezionalità dell’agire rischierebbe di trasformarsi in arbitrio.
L’obbligatorietà dell’azione penale è proprio la garanzia che il potere dell’accusa non sia esercitato arbitrariamente. Se nei fatti non è rispettata, la risposta dovrebbe essere quella di rafforzare misure e meccanismi che riducano, e non accrescano, i margini di scelta delle procure e dei singoli magistrati.

2. Separazione delle carriere dei magistrati
La tesi della cosiddetta separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente, se spinta fino al punto di prevedere un duplice e distinto sistema di autogoverno (due Csm) è viziata da un equivoco di fondo. Chi conosce la realtà della giustizia non può credere all’immagine di giudici non «terzi» e non imparziali perché psicologicamente dipendenti dai magistrati della pubblica accusa. Caso mai il problema è nella cultura delle garanzie (anche in quella dei magistrati giudicanti). In ogni caso, siamo di fronte a un dilemma: una magistratura inquirente più autonoma e separata da quella giudicante, se fosse assoggettata ad influenze di organi politici (per esempio assoggettandola ad un Csm presieduto dal Ministro di giustizia) comprometterebbe l’uguaglianza e l’imparzialità nell’amministrazione della giustizia (perché l’iniziativa o la mancanza di iniziativa del pm condiziona la stessa possibilità per i giudici di giudicare); se fosse realmente indipendente e del tutto autoreferenziale, rischierebbe di trasformarsi – specie se «governata» con criteri gerarchici o semi-gerarchici – in un potere ancor più pericoloso di quello che si vorrebbe controllare.

3. Il Csm
Per quanto riguarda il sistema di governo della magistratura, sarebbe certo utile rivedere il modo di elezione dei magistrati componenti del Csm per combattere le pratiche correntizie, e magari anche rivedere le regole sul giudizio disciplinare relativo alle mancanze in servizio dei magistrati (ma non certo riducendo l’indipendenza di giudizio dei singoli magistrati). Come sarebbe utile creare una vera «amministrazione della giustizia», presso il ministero omonimo, che non sia dominio riservato dei magistrati, ed evitare che la molteplicità di incarichi extraistituzionali svolti da magistrati sottragga energie alla giustizia. Ma per tutto ciò basta quasi sempre la legge ordinaria, e talvolta anche meno di una legge.

4. Pm e indagini
L’idea di sottrarre l’avvio dell’indagine al pubblico ministero per affidarla alla polizia giudiziaria è insidiosa: il pm potrebbe assumere l’iniziativa solo in un secondo momento e solo su segnalazione di reato accertato dalla polizia. Lo polizia giudiziaria dipende strutturalmente dal Ministero dell’Interno, anche se posta alle dipendenze funzionali del pubblico ministero. Ancora una volta il potere politico potrebbe condizionare la scelta non solo dei reati da perseguire, ma anche delle indagini da avviare per accertare che un reato sia stato commesso o no.
La giustizia opera con meccanismi del tipo domanda (o iniziativa)-risposta giudiziaria, e l’iniziativa a sua volta non è libera ma ampiamente vincolata. La giustizia non può scegliere liberamente gli oggetti di cui occuparsi, né, entro certi limiti, dovrebbe poter scegliere quando occuparsene. Di fronte ad una azione o ad una pronuncia giudiziaria, la prima domanda non dovrebbe essere: «perché è stata adottata?», ma: «è giusta, è legale?».
Viceversa la politica opera per determinazioni generali, ponendo o modificando regole, o comunque per provvedimenti assunti in chiave di interessi generali liberamente apprezzati. La politica per definizione è padrona del proprio ordine del giorno, e quindi di decidere su che cosa decidere, e quando.
In definitiva, l’esercizio della funzione giudiziaria (anche requirente) dovrebbe essere ricondotto sempre a stretti e oggettivi criteri di legalità, anche restringendo e controllando eventuali margini eccessivi di discrezionalità e tentazioni di protagonismo “politico” degli organi  del pubblico ministero: il contrario di una linea che tenda a condizionare l’attività del pubblico ministero a direttive o indirizzi degli organi politici.

di Valerio Onida, 03.05.2010, Libertà e Giustizia

Valerio Onida (Milano, 1936). Nel 1996 viene nominato giudice costituzionale. Nel 2004 è eletto Presidente della Corte costituzionale. Dal 2005, scaduto il suo mandato, è Presidente emerito. Insegna Giustizia Costituzionale all ‘ Università degli Studi di Milano. È editorialista de ” Il Sole 24 Ore ” . Dall ‘ ottobre 2009 è Presidente dell ‘ Associazione Italiana dei Costituzionalisti (A.I.C.). Fra le sue più recenti pubblicazioni, Compendio di Diritto Costituzionale (a cura, con M. Pedrazza Gorlero, Giuffrè, 2009), La Costituzione ieri e oggi (Mulino, 2008), La Costituzione (Mulino, 2007), Viva vox Constitutionis (a cura, con B. Randazzo, Giuffrè, 2003-2008).

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La Costituzione italiana… per la scuola

lunedì, maggio 18th, 2009

La Costituzione della Repubblica Italiana

Monografia per la scuola educazione alla legalità

di Marco Ottanelli

A cura di Claudio Giusti, Piero Grasso, Corrado Mauceri, Severino Saccardi, Luciano Silvestri, Sergio Tamborrino.

In collaborazione con la Fondazione Antonino Caponnetto abbiamo ideato una collana dal Titolo “Monografie per la Scuola – educazione alla legalità”.

Da tempo è stata abbandonata l’Educazione civica quale disciplina del programma di studio e abbiamo osservato una disattenzione crescente nei confronti della nostra Carta fondamentale, disattenzione che è all’origine di una diffusa ignoranza dei diritti e doveri fondamentali di ogni cittadino. Questa assenza della Costituzione dai banchi di scuola impedisce anche di avviare una discussione sui valori condivisi e sul tema della legalità, temi che sono emersi con prepotenza non solo per i comportamenti di scolari e studenti, ma più in generale per la mancanza di una cultura delle regole nel nostro Paese. Per queste ragioni ci sembra opportuno iniziare con essa e proporre un approccio nuovo alla Carta costituzionale nelle scuole medie.

Il volume contiene una introduzione di carattere storico; la-costituzione-italiana-ottanelli

uno scritto di Antonino Caponnetto sui principi di essa in cui sono riassunti i suoi molteplici interventi nelle scuole e fra i cittadini;

poi il commento puntuale da parte del nostro autore che si è attenuto ai resoconti dei lavori dell’Assemblea Costituente. Una disamina, articolo per articolo, della Prima Parte della Costituzione ed un esame della Seconda Parte. Integrano l’opera alcuni saggi su temi che il giudice Antonino Caponnetto chiamava i quattro grandi valori più un saggio sul primato della legge e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

A conclusione, delle schede tematiche serviranno da guida per insegnanti e studenti allo scopo di approfondire e conoscere la Costituzione.

Diple Edizioni

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Grazie Vittorio!

lunedì, ottobre 20th, 2008

Addio a Vittorio Foa

E’ morto a Formia, aveva 98 anni. Veltroni: “Penso che tutto il paese senta Foa come uno dei suoi figli migliori”

E’ morto a Formia Vittorio Foa. Aveva 98 anni. Era nato a Torino il 18 settembre 1910. vittorio_foa

Da subito antifascista, nel 1935 venne arrestato a Torino e condannato a 15 anni di reclusione (nel 1936) per attivita’ antifascista. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer, e nel frattempo sposo’ il liberalismo di Benedetto Croce. Dopo la Resistenza e’ stato deputato alla Costituente per il Partito d’azione. Dirigente della Cgil, e’ stato parlamentare socialista e poi senatore del Pds. Veltroni: ”Penso che tutto il paese senta Vittorio Foa come uno dei suoi figli migliori”.

L’ultimo libro di Vittorio Foa è stato ‘Le parole della politica’, uscito per Einaudi, come molte delle sue opere, all’inizio di quest’anno. “Forse – sosteneva nel saggio, scritto con Federica Montevecchi, sua partner letteraria – il degrado della politica e delle sue parole sta proprio nell’agire pensando di essere soli e nel pensare solo a se stessi”. Un lavoro che aveva avuto una lunga gestazione, ma che conteneva l’obiettivo “ambizioso” di analizzare i motivi di “questo degrado e, se possibile, di indicare una via d’uscita”. Anche in questo caso a prevalere era una commistione tra memoria e politica, leit motiv a che ha caratterizzato quasi tutta l’opera di un grande uomo del secolo scorso.

A partire da ‘Il cavallo e la torre’ l’autobiografia che Foa pubblicò nel 1991 e nella quale scorrevano tutte le diverse esperienze politiche vissute dall’autore: i lontani esordi cospirativi in Giustizia e Libertà nel 1933, i lunghi anni di carcere durante il fascismo, la militanza nel partito d’Azione, quella nel Psi, nel Psiup, poi nel Pdup e negli ultimi anni nel Pds e nell’Ulivo, oltre ad una intensa attività sindacale condotta nella Cgil dai 1949 fino al 1970, anno del suo volontario, anticipato pensionamento. In ‘Questo Novecento’ (Einaudi) del 1996 Foa contestava la tesi che il secolo passato fosse stato solo il dominio della violenza e della idea della forza: cento anni che avevano invece segnato le tappe di una storia con la S maiuscola. Dal fascismo all’antifascismo, al comunismo, alla democrazia, al dopoguerra.

In ‘Del disordine e della liberta” (Donzelli), scritto con il figlio Renzo, Foa affrontava i cambiamenti della situazione politica, mentre ‘In Lettere della giovinezza’ (Einaudi,1998), ripercorreva quelli che erano stati gli anni della sua ‘universita” – come diceva Gramsci – ovvero quelli in carcere dal 1935 al 1943. ‘Passaggi’ (Einaudi,2000) era una raccolta di frammenti scritti negli anni Novanta, messi insieme senza un ordine organico: una sorta di diario privo di calendario, un giornale pubblico e privato ricco di memoria, di proposte, di verifiche, di pensamenti e ripensamenti. Nel 2002, nel ‘Silenzio dei comunisti’ Foa – che non è mai stato comunista – esaminava l’apnea della memoria di quel tipo di sinistra, mentre in ‘Un dialogo’ (Feltrinelli) si confrontava con lo storico Carlo Ginzburg. Come tema quello abituale: la politica, la militanza e il futuro della sinistra. Nel 1985, ai suoi esordi letterari, Foa aveva pubblicato un libro (Rosenberg&Sollier) dal titolo atipico: ‘La Gerusalemme rimandata.

Domande di oggi agli Inglesi del primo Novecento’. Ma al centro del saggio c’era il tema di sempre: il conflitto sociale e la sua formalizzazione nella politica, a partire dalle storiche Trade Unions. Sindacalista della Cgil per molti anni, Foa ha scritto con Guglielmo Epifani ‘Cent’anni dopò (Einaudi) un contributo all’organizzazione in occasione dei suoi 100 anni.

(la Repubblica online, 20 ottobre 2008)
Intervista a Vittorio Foa

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