Posts Tagged ‘giustizia’

Riforma della giustizia, i paletti di LeG

martedì, maggio 4th, 2010

Questo documento di LeG è stato scritto dal presidente emerito del Corte costituzionale Valerio Onida e approvato dal Consiglio di presidenza e dalla direzione tutta dell’associazione presieduta da Sandra Bonsanti e che ha come presidente onorario Gustavo Zagrebelsky.

Per costruire una “giustizia più giusta” serve davvero una riforma costituzionale? Le proposte avanzate, in realtà, non rispondono correttamente ai problemi veri. Piuttosto riflettono la voglia di rivincita del ceto politico rispetto a quello che viene visto come (e magari talvolta è) indebito attivismo giudiziario con effetti politici. Ecco i punti più controversi delle proposte, sui quali LeG esprime un giudizio assolutamente negativo.

1. Obbligatorietà dell’azione penale (art.112 della Costituzione)
Abolire l’obbligatorietà dell’azione penale e riconoscere alla magistratura inquirente una discrezionalità nell’agire che oggi le si rimprovera di usare di fatto è una contraddizione. Vorrebbe dire cioè riconoscere un “padrone” dell’azione penale, perché il pm potrebbe decidere se perseguire – o non perseguire – un reato anche in vista di interessi estranei alla garanzia della legalità (come interessi politici, generali o di parte). Allora il rischio che le garanzie siano asservite ad interessi politici contingenti sarebbe enormemente più alto. Il che metterebbe a rischio il principio di uguaglianza previsto dalla nostra Costituzione.  libertà e giustizia
Se la discrezionalità dei pm venisse usata secondo criteri dettati dalla politica, dipendenti direttamente da un programma politico, allora si attenterebbe direttamente all’indipendenza e all’imparzialità della funzione giudiziaria. Se il potere di agire venisse esercitato in modo indipendente da organi dell’accusa che non rispondono se non a se stessi, allora la discrezionalità dell’agire rischierebbe di trasformarsi in arbitrio.
L’obbligatorietà dell’azione penale è proprio la garanzia che il potere dell’accusa non sia esercitato arbitrariamente. Se nei fatti non è rispettata, la risposta dovrebbe essere quella di rafforzare misure e meccanismi che riducano, e non accrescano, i margini di scelta delle procure e dei singoli magistrati.

2. Separazione delle carriere dei magistrati
La tesi della cosiddetta separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente, se spinta fino al punto di prevedere un duplice e distinto sistema di autogoverno (due Csm) è viziata da un equivoco di fondo. Chi conosce la realtà della giustizia non può credere all’immagine di giudici non «terzi» e non imparziali perché psicologicamente dipendenti dai magistrati della pubblica accusa. Caso mai il problema è nella cultura delle garanzie (anche in quella dei magistrati giudicanti). In ogni caso, siamo di fronte a un dilemma: una magistratura inquirente più autonoma e separata da quella giudicante, se fosse assoggettata ad influenze di organi politici (per esempio assoggettandola ad un Csm presieduto dal Ministro di giustizia) comprometterebbe l’uguaglianza e l’imparzialità nell’amministrazione della giustizia (perché l’iniziativa o la mancanza di iniziativa del pm condiziona la stessa possibilità per i giudici di giudicare); se fosse realmente indipendente e del tutto autoreferenziale, rischierebbe di trasformarsi – specie se «governata» con criteri gerarchici o semi-gerarchici – in un potere ancor più pericoloso di quello che si vorrebbe controllare.

3. Il Csm
Per quanto riguarda il sistema di governo della magistratura, sarebbe certo utile rivedere il modo di elezione dei magistrati componenti del Csm per combattere le pratiche correntizie, e magari anche rivedere le regole sul giudizio disciplinare relativo alle mancanze in servizio dei magistrati (ma non certo riducendo l’indipendenza di giudizio dei singoli magistrati). Come sarebbe utile creare una vera «amministrazione della giustizia», presso il ministero omonimo, che non sia dominio riservato dei magistrati, ed evitare che la molteplicità di incarichi extraistituzionali svolti da magistrati sottragga energie alla giustizia. Ma per tutto ciò basta quasi sempre la legge ordinaria, e talvolta anche meno di una legge.

4. Pm e indagini
L’idea di sottrarre l’avvio dell’indagine al pubblico ministero per affidarla alla polizia giudiziaria è insidiosa: il pm potrebbe assumere l’iniziativa solo in un secondo momento e solo su segnalazione di reato accertato dalla polizia. Lo polizia giudiziaria dipende strutturalmente dal Ministero dell’Interno, anche se posta alle dipendenze funzionali del pubblico ministero. Ancora una volta il potere politico potrebbe condizionare la scelta non solo dei reati da perseguire, ma anche delle indagini da avviare per accertare che un reato sia stato commesso o no.
La giustizia opera con meccanismi del tipo domanda (o iniziativa)-risposta giudiziaria, e l’iniziativa a sua volta non è libera ma ampiamente vincolata. La giustizia non può scegliere liberamente gli oggetti di cui occuparsi, né, entro certi limiti, dovrebbe poter scegliere quando occuparsene. Di fronte ad una azione o ad una pronuncia giudiziaria, la prima domanda non dovrebbe essere: «perché è stata adottata?», ma: «è giusta, è legale?».
Viceversa la politica opera per determinazioni generali, ponendo o modificando regole, o comunque per provvedimenti assunti in chiave di interessi generali liberamente apprezzati. La politica per definizione è padrona del proprio ordine del giorno, e quindi di decidere su che cosa decidere, e quando.
In definitiva, l’esercizio della funzione giudiziaria (anche requirente) dovrebbe essere ricondotto sempre a stretti e oggettivi criteri di legalità, anche restringendo e controllando eventuali margini eccessivi di discrezionalità e tentazioni di protagonismo “politico” degli organi  del pubblico ministero: il contrario di una linea che tenda a condizionare l’attività del pubblico ministero a direttive o indirizzi degli organi politici.

di Valerio Onida, 03.05.2010, Libertà e Giustizia

Valerio Onida (Milano, 1936). Nel 1996 viene nominato giudice costituzionale. Nel 2004 è eletto Presidente della Corte costituzionale. Dal 2005, scaduto il suo mandato, è Presidente emerito. Insegna Giustizia Costituzionale all ‘ Università degli Studi di Milano. È editorialista de ” Il Sole 24 Ore ” . Dall ‘ ottobre 2009 è Presidente dell ‘ Associazione Italiana dei Costituzionalisti (A.I.C.). Fra le sue più recenti pubblicazioni, Compendio di Diritto Costituzionale (a cura, con M. Pedrazza Gorlero, Giuffrè, 2009), La Costituzione ieri e oggi (Mulino, 2008), La Costituzione (Mulino, 2007), Viva vox Constitutionis (a cura, con B. Randazzo, Giuffrè, 2003-2008).

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Tescaroli e Caselli a Verona

venerdì, gennaio 1st, 2010

Sabato 9 gennaio – ore 20.45

Verona, Via Mezzomonte 28 (loc. Sezano)

Il sussulto del Diritto… per i Diritti

incontro – dibattito con

LUCA TESCAROLI – Sostituto procuratore della Repubblica a Roma e autore, assieme a Ferruccio Pinotti, di “Colletti sporchi” (bur) (assente per motivi di lavoro)

GIANCARLO CASELLI - Procuratore capo della Repubblica di Torino e autore de “Le due guerre” (melampo)

Modera Guariente Guarienti – Avvocato

L’incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dall’Associazione “Monastero del bene comune” in collaborazione con la Libreria Sergio Castioni di Lugagnano e L’Associazione Articolo 54.

caselli tescaroli

Scarica la locandina dell’evento cliccando qui

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Travaglio a Monteforte d’Alpone

martedì, marzo 24th, 2009

Comune di Monteforte d’Alpone

marco-a-monteforte

Assessorato alla Cultura e Commissione Biblioteca

MARCO TRAVAGLIO

giornalista


La giustizia è uguale per tutti?


Mercoledì 1 aprile 2009 ore 20.45

Palazzetto dello Sport – Monteforte d’Alpone

In collaborazione con l’Associazione Culturale “NogaraEuropa

Grazie di cuore a tutti coloro (più di 1000 persone!) che hanno partecipato alla fantastica serata di ieri sera, a Monteforte d’Alpone, con Marco Travaglio.

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“COLLETTI SPORCHI” di Ferruccio Pinotti e Luca Tescaroli

sabato, gennaio 10th, 2009
Pubblichiamo lo speciale Tg2 – 10′ con un’intervista a Luca Tescaroli, trasmesso in occasione del 15° anniversario della strage di Capaci.

LUCA TESCAROLI presenterà ad ADRIA (Ro)  “Colletti sporchi” sabato 24 gennaio, ore 18.00, presso il Teatro Ferrini.

Finanzieri collusi, giudici corrotti, imprenditori e politici a libro paga dei boss. L’invisibile anello di congiunzione tra Stato e mafie. Viaggio nella borghesia criminale guidati da un magistrato sempre in prima linea. fronte colletti

Il white collar crime è un reato inafferrabile, eppure molto pericoloso per la democrazia perchè corrompe il tessuto dei nostri rapporti sociali, dell’economia e del lavoro. Per smontarne i meccanismi, Pinotti e Tescaroli attraversano la storia più oscura del nostro Paese, raccontandone le vicende e interogando la memoria dei protagonisti. In questa intensa ricostruzione, le voci di grandi magistrati, tra cui Caselli, Ingroia, Di Matteo, Petralia, Gratteri, si intrecciano alle parole dei collaboratori di giustizia, da Buscetta a Brusca a Cancemi. Alle riflessioni dell’economista Loretta Napoleoni fanno da contrappunto il pensiero del banchiere Giovanni Bazoli, e del direttore di “Foreign Policy” Moisés Naìm. Il quadro che ne emerge è inquietante: è nella zona grigia il vero terreno della lotta per la legalità.

In libreria dal 26 novembre

www.grandinchieste.it il sito di Ferruccio Pinotti

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LA MAFIA CONTROLLA 1/3 DEL TERRITORIO ITALIANO

di Maria Loi – Fonte: AntimafiaDuemila.com – 9 dicembre 2008

Le strutture mafiose nel nostro Paese sono così potenti da condizionare la vita economica del Paese. Un 1/3 del territorio italiano è controllato dalle mafie, una realtà con la quale conviviamo da almeno 150 anni.

Sono le parole del sostituto procuratore di Roma Luca Tescaroli al programma Le Storie. Diario italiano, di Corrado Augias, in onda stamani su Rai 3. L’occasione è stata la presentazione del libro Colletti sporchi di cui è autore con il giornalista Ferruccio Pinotti.
Il libro si sofferma ad analizzare quell’anello invisibile di connessione che esiste tra lo Stato e la mafia. Secondo il magistrato la convivenza tra lo Stato e le strutture mafiose è possibile perché la linea di demarcazione tra queste due  realtà non è mai stata così netta. Anzi, vi sono aree di compenetrazione che agevolano e permettono alle strutture mafiose non solo di rimanere vitali, ma di perpetrare il loro potere anche durante i periodi di reazione che vi sono stati ciclicamente nel nostro Paese. Il problema è che non si è riusciti a colpire efficacemente nel punto fondamentale cioè proprio in quelle relazioni esterne che poi sono l’oggetto di questo libro.
Il giornalista Ferruccio Pinotti ha ricordato che il nostro è l’unico Paese in cui i partiti non esitano a  candidare esponenti politici che hanno avuto rapporti con la mafia e che sono stati indagati. Un fatto gravissimo che non avviene in nessun altro Paese europeo. Amareggiato ha detto che abbiamo in Parlamento gente condannata anche per reati associati alla mafia, cosa che non accade in Germania, Francia, Spagna. In questo rapporto tra mafia e politica la merce di scambio sono i voti e il sistema di relazioni economiche che consentono alla mafia di godere di legislazioni sostanzialmente tenui nella condanna del fenomeno.
Il dottor Tescaroli ha precisato che la corruzione genera un impoverimento progressivo della nazione; non devono quindi sorprendere i dati della Caritas secondo i quali 15 milioni di italiani sono a rischio povertà. Una delle cause è anche questa.
Il magistrato definisce la mafia una zavorra che ruba il futuro ai giovani perché impedisce lo sviluppo, si oppone agli investimenti e contrasta la libera concorrenza.
Chi fa impresa, soprattutto nelle regioni del Sud, è costretto a convivere con questo cancro e a subire il ricatto e costi aggiuntivi per poter lavorare. Infatti come ricorda molto bene il collaboratore Francesco Campanella, che aveva riportato una direttiva di Provenzano secondo la quale la mafia deve fare impresa, oggi la mafia ha iniziato a svolgere l’attività con proprie strutture organizzative servendosi di intermediari non solo nell’edilizia ma in molti altri settori come i centri commerciali e le scommesse clandestine. In questo modo imbriglia il settore sano dell’economia.

Video dell’intervista di Augias a Pinotti e Tescaroli

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Auguri

martedì, dicembre 23rd, 2008

Ricevo dal caro amico Pierpaolo Romani, girandoli a tutti i sostenitori di NogaraEuropa, gli auguri di Buone Feste.

Spero che parole così profonde, meditate e vissute, ci aiutino a vivere questo periodo natalizio e di passaggio dal vecchio al nuovo anno, come l’occasione per riscoprire la voglia di impegnarci, di mettercela ancora di più, perché è proprio in questo difficile momento che sta attraversando il nostro Paese che occorre sentire forte dentro di noi la voglia di cambiare, quello spirito profondo che possiamo esprimere nella frase “vale la pena mettersi in gioco”.
Oggi più che mai dobbiamo far camminare sulle nostre gambe le idee di tante persone che prima di noi, e ancora oggi, non si sono affatto risparmiate, e non si risparmiano, per garantirci di vivere in pace e in democrazia.

La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.
La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove:
perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Piero Calamandrei
Quando un ragazzo mi chiede cosa vuol dire fare politica, la sola povera risposta che sento di dargli è di pensare agli altri: solo l’altro dà il senso alla nostra identità.
Vittorio Foa

Ha il diritto di lamentarsi solo chi non può far nulla per cambiare la propria situazione. Grazie a questa Costituzione, noi, invece, possiamo scegliere, tutti, e dalle nostre scelte dipende il cambiamento. Non ci interessa cosa fanno gli altri, incominciamo noi, dalle piccole cose.
Finiamola di lamentarci, iniziamo da noi a produrre cambiamento.
Gherardo Colombo

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Rita Borsellino a Castel d’Ario

domenica, novembre 2nd, 2008

Il Comune di Castel d’Ario (Mn), in collaborazione con la Provincia di Mantova, Avviso Pubblico, Libera coordinamento di Mantova e l’Associazione Culturale “NogaraEuropa” vi invitano alla serie di incontri…

“RICORDARE PER CONTINUARE NELL’IMPEGNO PER LA LEGALITA’ E LA GIUSTIZIA: PAOLO BORSELLINO E ROSARIO LIVATINO”

che si terranno presso il Palazzo Pretorio all’interno del castello di Castel d’Ario (Mn).

PROGRAMMA

- 14 novembre, ore 21.00: proiezione del film “Il Giudice ragazzino”, storia del giudice Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione (liberamente ispirato al libro di Nando dalla Chiesa) rita-borsellino

- 20 novembre, ore 21.00: speciale “Paolo Borsellino”

- 21 novembre, ore 21.00: conferimento della cittadinanza onoraria a RITA BORSELLINO (nella foto), con gli  interventi di Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico e di Vittorio Teresi, Sostituto Procuratore Generale di Palermo

- 22 novembre, ore 8.30: incontro di Rita Borsellino e Vittorio Teresi con gli studenti della Scuola secondaria.

“La memoria vuole continuità e si misura nel costruire ogni giorno la giustizia… Non sono morti per essere ricordati. Sono morti perché noi trasformassimo la loro memoria in speranza e giustizia…”

Luigi Ciotti, presidente di Libera

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Grazie Vittorio!

lunedì, ottobre 20th, 2008

Addio a Vittorio Foa

E’ morto a Formia, aveva 98 anni. Veltroni: “Penso che tutto il paese senta Foa come uno dei suoi figli migliori”

E’ morto a Formia Vittorio Foa. Aveva 98 anni. Era nato a Torino il 18 settembre 1910. vittorio_foa

Da subito antifascista, nel 1935 venne arrestato a Torino e condannato a 15 anni di reclusione (nel 1936) per attivita’ antifascista. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer, e nel frattempo sposo’ il liberalismo di Benedetto Croce. Dopo la Resistenza e’ stato deputato alla Costituente per il Partito d’azione. Dirigente della Cgil, e’ stato parlamentare socialista e poi senatore del Pds. Veltroni: ”Penso che tutto il paese senta Vittorio Foa come uno dei suoi figli migliori”.

L’ultimo libro di Vittorio Foa è stato ‘Le parole della politica’, uscito per Einaudi, come molte delle sue opere, all’inizio di quest’anno. “Forse – sosteneva nel saggio, scritto con Federica Montevecchi, sua partner letteraria – il degrado della politica e delle sue parole sta proprio nell’agire pensando di essere soli e nel pensare solo a se stessi”. Un lavoro che aveva avuto una lunga gestazione, ma che conteneva l’obiettivo “ambizioso” di analizzare i motivi di “questo degrado e, se possibile, di indicare una via d’uscita”. Anche in questo caso a prevalere era una commistione tra memoria e politica, leit motiv a che ha caratterizzato quasi tutta l’opera di un grande uomo del secolo scorso.

A partire da ‘Il cavallo e la torre’ l’autobiografia che Foa pubblicò nel 1991 e nella quale scorrevano tutte le diverse esperienze politiche vissute dall’autore: i lontani esordi cospirativi in Giustizia e Libertà nel 1933, i lunghi anni di carcere durante il fascismo, la militanza nel partito d’Azione, quella nel Psi, nel Psiup, poi nel Pdup e negli ultimi anni nel Pds e nell’Ulivo, oltre ad una intensa attività sindacale condotta nella Cgil dai 1949 fino al 1970, anno del suo volontario, anticipato pensionamento. In ‘Questo Novecento’ (Einaudi) del 1996 Foa contestava la tesi che il secolo passato fosse stato solo il dominio della violenza e della idea della forza: cento anni che avevano invece segnato le tappe di una storia con la S maiuscola. Dal fascismo all’antifascismo, al comunismo, alla democrazia, al dopoguerra.

In ‘Del disordine e della liberta” (Donzelli), scritto con il figlio Renzo, Foa affrontava i cambiamenti della situazione politica, mentre ‘In Lettere della giovinezza’ (Einaudi,1998), ripercorreva quelli che erano stati gli anni della sua ‘universita” – come diceva Gramsci – ovvero quelli in carcere dal 1935 al 1943. ‘Passaggi’ (Einaudi,2000) era una raccolta di frammenti scritti negli anni Novanta, messi insieme senza un ordine organico: una sorta di diario privo di calendario, un giornale pubblico e privato ricco di memoria, di proposte, di verifiche, di pensamenti e ripensamenti. Nel 2002, nel ‘Silenzio dei comunisti’ Foa – che non è mai stato comunista – esaminava l’apnea della memoria di quel tipo di sinistra, mentre in ‘Un dialogo’ (Feltrinelli) si confrontava con lo storico Carlo Ginzburg. Come tema quello abituale: la politica, la militanza e il futuro della sinistra. Nel 1985, ai suoi esordi letterari, Foa aveva pubblicato un libro (Rosenberg&Sollier) dal titolo atipico: ‘La Gerusalemme rimandata.

Domande di oggi agli Inglesi del primo Novecento’. Ma al centro del saggio c’era il tema di sempre: il conflitto sociale e la sua formalizzazione nella politica, a partire dalle storiche Trade Unions. Sindacalista della Cgil per molti anni, Foa ha scritto con Guglielmo Epifani ‘Cent’anni dopò (Einaudi) un contributo all’organizzazione in occasione dei suoi 100 anni.

(la Repubblica online, 20 ottobre 2008)
Intervista a Vittorio Foa

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“Poteri forti” di Ferruccio Pinotti

mercoledì, ottobre 8th, 2008
La morte di Calvi e lo scandalo dell’Ambrosiano.

La nuova ricostruzione delle misteriose trame della finanza italiana. poteri forti

La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto quanto ha per lunghi anni caratterizzato il rapporto tra me, il mio gruppo e il Vaticano.
Roberto Calvi
lettera a Giovanni Paolo II, 5 giugno 1982

Una storia di più di vent’anni fa, sempre occultata, che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue e posto drammatici interrogativi. Ma ora l’inchiesta è stata riaperta. Dopo il caso Parmalat e tanti altri disastri finanziari, si sta finalmente cercando di sfondare un muro invisibile di omertà e reticenza. Il banchiere Roberto Calvi è stato ucciso: perché? Opus Dei, Vaticano, P2, mafia, banchieri, sacerdoti, agenti segreti, avvocati, immobiliaristi, onorevoli e tanti soldi sporchi che hanno fatto il giro del mondo.
Le tappe di una vicenda italiana ricostruita grazie a documenti inediti e nuove testimonianze. A cominciare dal figlio di Calvi, che qui per la prima volta racconta tutto.

Visita il sito di Ferruccio Pinotti

Intervista Ferruccio Pinotti – Unosat

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“Fede nel diritto” di Piero Calamandrei

martedì, ottobre 7th, 2008

La certezza del diritto e il culto della legalità sono la trincea presidiata da Piero Calamandrei all’indomani dell’invasione nazista della Polonia. Negli anni oscuri della guerra e della dittatura ilcalamandrei giurista si interroga: «il diritto qual è, quello del vincitore o quello del vinto, quello di chi vuol mantenere le proprie leggi, o quello di chi vuol  instaurare un ordine nuovo in luogo delle leggi abbattute?». In queste pagine, il testo inedito di una appassionata conferenza di Calamandrei sui confini tra politica e scienza giuridica, ‘diritto libero’ dei totalitarismi e tradizione giuridica romana.

1. Una travagliata apologia della legge di Gustavo Zagrebelsky - 2. Il rifiuto del sistema normativo dei totalitarismi di Pietro Rescigno - 3. Un atto di «fede nel diritto» di Guido Alpa - 4. FEDE NEL DIRITTO – Appendice Tra Socrate e Antigone di Silvia Calamandrei - Il dialogo epistolare tra Calamandrei e Calogero

Editori Laterza

Se la legge è uguale per tutti
Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica, 17-09-2008

Anticipiamo parte dell´introduzione di Gustavo Zagrebelsky a un testo inedito di una conferenza che Piero Calamandrei pronunciò nel gennaio del 1940 e che ora viene raccolto in un volume intitolato Fede nel diritto (a cura di Silvia Calamandrei, Laterza, pagg. 148, euro 12)
La conferenza (di Calamandrei, n.d.r.) è un´apologia della legalità. La legalità non è solo un elemento della forma mentis del giurista, o di quel tipo di giurista (legalitario, appunto) nel quale Calamandrei si riconosceva. È per lui un elemento morale, che corrisponde esso stesso a un´idea di giustizia: nella legge e nel suo rigoroso rispetto sta la giustizia dei giuristi, giudici, avvocati, studiosi del diritto. E non perché egli creda in un legislatore-giusto, che è tale perché e in quanto da lui promanino leggi giuste, come possono ritenere i giusnaturalisti di ogni specie; e nemmeno perché creda in un giusto-legislatore, dal quale, per qualche qualità sua propria, provengano leggi giuste per definizione, come ritengono i gius-positivisti ideologici; ma perché crede che la legge in se stessa, in quanto cosa diversa dall´ordine particolare o dalla decisione caso per caso, contenga un elemento morale di importanza tale da sopravanzare addirittura l´ingiustizia eventuale del suo contenuto.
Questo elemento morale risiede nella forma-legge in quanto tale, cioè nella forma generale e astratta in forza della quale si esprime, poiché questa è la “forma logica” della solidarietà e della reciprocità tra gli esseri umani, su cui soltanto società e civiltà possono edificarsi. I toni attraverso i quali è tratteggiata questa concezione della legge, tipicamente razionalista, sono particolarmente appassionati: la legge generale e astratta «significa che il diritto non è fatto per me o per te, ma per tutti gli uomini che vengano domani a trovarsi nella stessa condizione in cui io mi trovo. Questa è la grande virtù civilizzatrice e educatrice del diritto, del diritto anche se inteso come pura forma, indipendentemente dalla bontà del suo contenuto: che esso non può essere pensato se non in forma di correlazione reciproca; che esso non può essere affermato in me senza esser affermato contemporaneamente in tutti i miei simili; che esso non può essere offeso nel mio simile senza offendere me, senza offendere tutti coloro che potranno essere domani i soggetti dello stesso diritto, le vittime della stessa offesa. Nel principio della legalità c´è il riconoscimento della uguale dignità morale di tutti gli uomini, nell´osservanza individuale della legge c´è la garanzia della pace e della libertà di ognuno. Attraverso l´astrattezza della legge, della legge fatta non per un solo caso ma per tutti i casi simili, è dato a tutti noi sentire nella sorte altrui la nostra stessa sorte».
«Indipendentemente dalla bontà del suo contenuto», «anche quando il contenuto della legge gli fa orrore». Queste proposizioni non possono non colpire profondamente, sia per l´immagine ch´esse rendono del giurista e della giurisprudenza, sia per il carattere assolutorio del servizio che i giuristi prestino all´arbitrio che si manifesta in legge: il servizio allo “Stato di delitto” (per usare la formula di Gustav Radbruch) che si fa schermo delle forme dello Stato di diritto. Il giurista come puro esecutore della forza messa in forma di legge? Non è questa una concezione servile del “giurista, giudice o sapiens”, che riduce il coetus doctorum a “una sorta di congregazione di evirati”?, ha domandato polemicamente. Tutto questo sembra scandaloso ? si può aggiungere ?, soprattutto in un´epoca nella quale la legge aveva dimostrato tutta intera la sua disponibilità a qualunque avventura, nelle mani di despoti e perfino di criminali comuni, impadronitisi del potere. In Italia, non si trattava solo delle leggi che avevano istituzionalizzato l´arbitrio poliziesco e la vocazione autoritaria del fascismo (per esempio, il codice penale del ´31, o il Testo Unico delle leggi di p.s. del ?34). Si trattava, niente di meno, delle leggi razziali del ?38, sulle quali non una parola è spesa nella conferenza: leggi che paiono dunque essere tacitamente comprese, nella sua argomentazione, tra quelle cui si deve “culto a ogni costo” e ossequio, sia pure, eventualmente “sconsolato”, un ossequio dovuto, da parte dei giuristi consapevoli del compito che è loro proprio, come atto di “freddo e meditato eroismo”. Queste espressioni, che sono state intese come manifestazione di piaggeria verso il regime, non si leggono oggi senza scandalo.
Ma è proprio così? Il silenzio tenuto in proposito si può spiegare certo col clima d´intimidazione poliziesca del tempo. Ma non è questo il punto che qui interessa. Interessa piuttosto sottolineare che nella nozione “formale” di legge, cui Calamandrei si riferiva, non potevano rientrare leggi come quelle razziali, leggi discriminatici per antonomasia, con riguardo alle quali non si sarebbe certo potuto parlare di reciprocità, capacità di valere oggi per uno e domani per l´altro, solidarietà in una sorte comune, virtù educatrice e civilizzatrice: caratteristiche proprie della legge generale e astratta cui Calamandrei si riferiva, che sono invece puntualmente contraddette da atti in forma di legge aventi lo scopo di spaccare la comunità di diritto, espellendone una parte. Chi potrebbe parlare, per quelle leggi, di reciprocità, valenza generale, solidarietà, eccetera? L´elogio della legalità non era dunque riferito alla pura e semplice forma del potere che si fosse espresso nel rispetto delle vigenti procedure per la produzione di atti d´imperio, chiamati leggi. Era rivolta a quella legalità che esige una determinata struttura della prescrizione: la generalità e l´astrattezza, alle quali soltanto si possono riferire virtù come la reciprocità, la solidarietà, ecc., del tutto estranee alle misure che creano discriminazioni. Queste ultime, dunque, a ben leggere, non sono da comprendere nell´elogio alla legalità, anche se assumono l´aspetto esteriore della legge. (…)
«La scienza giuridica deve mirare soltanto a “sapere qual è il diritto”, non a crearlo; solo in quanto il giurista abbia coscienza di questo suo limite e non tenti di sovrapporsi al dato positivo che trova dinanzi a sé, l´opera sua è benefica per il diritto. Io mi immagino il giurista come un osservatore umile e attento». La certezza del diritto è il valore che primariamente è in gioco, un valore strettamente intrecciato alla sicurezza del singolo, affinché possa «vivere in laboriosa pace la certezza dei suoi doveri, e con essa la sicurezza che intorno al suo focolare e intorno alla sua coscienza la legge ha innalzato un sicuro recinto dentro il quale è intangibile, nei limiti della legge, la sua libertà». Anche a questo proposito, sarebbe facile osservare che queste parole possono sembrare addirittura beffarde, se riferite a leggi che legittimano l´arbitrio. Delle leggi dei regimi autoritari o, peggio ancora, totalitari, tutto si può dire, ma non che esse valgano a protezione della sicurezza delle persone. Ma la preoccupazione di Calamandrei, risultante con evidenza dalla conferenza e da numerosi passi di altri scritti coevi, era la difesa, se non contro l´autoritarismo o il totalitarismo, almeno contro l´arbitrarietà del potere. Era un´ultima e minima linea difensiva, contro quello che in altri tempi si sarebbe detto il dispotismo, cioè il potere capriccioso, imprevedibile, casuale. Così, si spiega l´attaccamento alla legge e, per converso, la polemica contro quello che viene definito il “diritto libero”, considerato il regno dell´arbitrio. (?)
Il “diritto libero” cui Calamandrei si riferisce è un movimento che “libera” la giurisprudenza dall´osservanza stretta della legge, ma allo scopo di sottoporla a una devastante soggezione, la soggezione alle minaccianti pressioni ideologiche e politiche dell´epoca. Gli esempi ch´egli porta, tratti dall´esperienza sovietica e nazista, non sono quelli che ci si aspetterebbe siano forniti da regimi politici e sociali in disfacimento, ma sono quelli di regimi che si sono affermati con durezza e integrità totalitaria. Se non ci si rendesse conto di questo punto, il “chiodo fisso” di Calamandrei ? l´incubo del diritto libero – resterebbe incomprensibile. Forse ci si avvicina al vero, osservando che il “diritto libero” che veniva offrendosi all´attenzione degli studiosi negli anni di Calamandrei era tutt´altro che “libero”: era un diritto fortemente ideologizzato, era un diritto che si alimentava direttamente nella “legalità socialista” o nel Volksgeist nazista e nei loro “valori”. L´attuazione di tali valori, una volta posta come compito dei giudici, avrebbe travolto ogni limite e legittimato ogni azione, perché di fronte ai valori “che devono valere” in maniera assoluta come fini, ogni mezzo è autorizzato. (?)
Ritorniamo, per un momento, alla “politica razziale”, lo scoglio che la conferenza, nell´elogio della legalità, evita accuratamente. Certo, abbiamo difficoltà a vedere differenze di abiezione tra la persecuzione e lo sterminio pianificati per legge, da un lato, o, dall´altro, lasciati all´attivismo dei pogrom, delle azioni “spontanee” della “notte dei cristalli”, delle direttive di partito e dei suoi funzionari, assunte fuori di ogni procedura legale in un raduno di gerarchi (la “conferenza di Wannsee”, ad esempio), diramate illegalmente e in segreto (come avvenne in Germania e poi, dopo l´8 settembre, da noi, nella Repubblica sociale) ed eseguite con zelo creativo anche se, talora, con improvvisazioni controproducenti. Anzi, sotto certi aspetti, la procedura “legale” ci appare ancor più ributtante perché apparentemente “oggettiva”, apparentemente “non coinvolgente” le responsabilità personali, apparentemente più “pulita”. Sotto altri aspetti, però, pubblicizzando e burocratizzando le procedure, almeno si evitava di mettere direttamente in movimento il fanatismo ideologico e l´odio razziale che lo Stato etico diffonde nella società, facendo di ogni suo membro un organo o una vittima. Lo Stato, per quanto criminale, evitava almeno di trasformarsi in orda. La difesa della legalità aveva questo estremo significato. Calamandrei, per la sua concezione della legalità, probabilmente non avrebbe rifiutato la famosa immagine di Eraclito delle leggi come le “mura della città”.

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