Posts Tagged ‘immigrazione’

Regole e roghi, di Annamaria Rivera

lunedì, novembre 9th, 2009

Regole e roghi

Metamorfosi del razzismo

Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio regole-e-roghi saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti e delle minoranze nelle società europee. Uno dei meriti della raccolta è di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo «democratico» e quello senza aggettivi. Il tema adombrato nel titolo coincide con la tesi principale del volume: il razzismo istituzionale, veicolato e rafforzato dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve per legittimarsi. Questo circolo vizioso, utile a deviare le ansie collettive e a catturare consenso, tende a ridurre migranti e minoranze a «nuda vita».  Edizioni Dedalo, giugno 2009

Annamaria Rivera

Annamaria Rivera, antropologa, è docente di etnologia nell’Università di Bari. Per i nostri tipi ha scritto fra l’altro: Frammenti d’America. Arcaico e postmoderno nella cultura americana (1989) e Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale (2000). È coautrice de L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave (2001) e di Niente sarà più come prima (2002).

Leggi un brano…

Il rimosso dell’immigrazione e la socializzazione del rancore

Un’affermazione corrente vuole che a muovere il razzismo ordinario sia la paura – liquida o solida che sia – e che la strategia degli imprenditori politici e mediatici del razzismo miri a sollecitarla e nel contempo a placarla illusoriamente. Quest’ipotesi, pur essendo fondata, ha finito per diventare un luogo comune, talvolta messo al servizio di retoriche, anche benintenzionate, dietro le quali si può leggere un’interpretazione frusta – e all’acqua di rose, si potrebbe aggiungere – del razzismo, ridotto al pregiudizio, all’ignoranza, al sentimento di paura che sempre susciterebbe l’Altro. In una delle varianti di questo genere di retoriche, il pregiudizio, attribuito per lo più alla «gente comune», italiana e straniera, è rappresentato come una proprietà transitiva che andrebbe dal cittadino italiano del Nord fino al più reietto dei minoritari e viceversa, senza distinzione di potere, di ruoli, di status. La chiave per superarlo – si afferma inoltre con un eccesso di ottimismo – sarebbe «rompere la gabbia», «aprirsi agli altri», farsi guidare dalla curiosità «verso i diversi».
Benché colga uno dei caratteri del razzismo – cioè l’essere un fenomeno a geometria variabile, nel quale le vittime di ieri possono divenire i carnefici di oggi e le vittime di oggi possono condividere pregiudizi verso chi è ancora più in basso di loro nella scala del disprezzo – questa teoria spontanea è riduzionista: trascura le dimensioni economica, istituzionale, politica, mediatica del razzismo e sembra ignorare che esso è un sistema complesso, spesso subdolo, di disuguaglianze sociali, caratterizzato da forti scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti.
Non escludo che l’ignoranza sia un fattore da prendere in considerazione, ma in un senso ben diverso: se interpretata come non-possesso di strumenti e competenze per cogliere, decifrare e nominare correttamente fenomeni e fatti non contemplati dalla propria educazione e socializzazione, se intesa come convinzione di sapere, quando invece si sa nella forma del pre-giudizio, l’ignoranza può essere considerata una delle tante ragioni che contribuiscono a costituire una «comunità razzista» (nel caso di molti dirigenti, militanti e seguaci della Lega nord ciò è palese) (…).
Ma, ripeto, né l’ignoranza né il pregiudizio sono sufficienti a spiegare il razzismo. E quanto alla paura, a me sembra che i sentimenti prevalenti nella «comunità razzista» siano piuttosto la frustrazione, il risentimento, il rancore, la rabbia, alimentati dal senso d’incertezza e di frustrazione, d’impotenza e di perdita di fronte alle trasformazioni della società e alla crisi economica, sociale e identitaria. Se questo è vero, il circolo vizioso favorito dagli imprenditori politici e mediatici del razzismo produce ciò che, parafrasando Enzensberger, potrebbe definirsi come socializzazione del rancore. E questo si indirizza verso chi, non previsto e non desiderato, è considerato come occupante abusivo del nostro territorio e della nostra nazione, entrambi, come ho detto, sempre più evanescenti. «Padroni a casa nostra» è lo slogan leghista che raccoglie, riassume e legittima questo sentimento.
La paura, del resto, non spiegherebbe l’indifferenza sociale – il lasciar morire – di fronte allo straniero inerme, bisognoso o vittima: un atteggiamento tutt’altro che raro, che sembra smentire un tratto ritenuto tipico del carattere nazionale, cioè l’inclinazione alla pietà, alla compassione, alla solidarietà. Di sicuro non sono compassionevoli – e neppure rispettose dei diritti umani – quelle norme, contenute nel disegno di legge approvato dal Senato il 5 febbraio 2009, che invitano implicitamente il personale sanitario a segnalare alla polizia gli immigrati «irregolari» che ricorrano alle cure sanitarie e che interdicono a chi non è in regola con il permesso di soggiorno di sposarsi e perfino di riconoscere i propri figli: lo stereotipo che rappresenta l’Italia come la patria del mammismo, del sentimentalismo e del buon cuore ne esce a pezzi (…).
Possiamo ipotizzare allora che dietro vi sia qualcosa di più generale e di più profondo della semplice indifferenza o insensibilità verso la sorte dell’estraneo: l’incapacità di confrontarsi con la vulnerabilità propria e comune a tutti i viventi, e dunque con la finitezza e la morte. I più vulnerabili – animali, estranei, poveri, omosessuali, donne straniere – stanno in quella plaga simbolica dell’alterità indistinta che ispira alternativamente indifferenza – nel senso del lasciar morire – oppure aggressività – nel senso dell’annullare o del sopprimere.

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quando si dice che “il prossimo” siamo noi…

venerdì, maggio 15th, 2009

Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. immigrati
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti,
Ottobre 1912

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Costituzione e…

giovedì, aprile 16th, 2009

L’ Associazione culturale “Nogara Europa”

vi invita al ciclo di incontri con l’Autore

COSTITUZIONE E… “

che si terranno presso la sala congressi del

Piccolo Hotel Nogara **** a partire dalle ore 21.00.

aprile-maggio-2009

MERCOLEDI 29 APRILE

… COLLETTI SPORCHI

SALVATORE BORSELLINO,

fratello di Paolo

FERRUCCIO PINOTTI,

giornalista

BENNY CALASANZIO,

giornalista


GIOVEDI 07 MAGGIO

… IMMIGRAZIONE

GIANPAOLO TREVISI

Vice Questore di Verona e autore di “Fogli di via”

In collaborazione con Nogara On Line e Scuola di

Formazione Politica “Antonino Caponnetto”

Si ringraziano la Libreria Piccolo Principe di Isola della Scala

e il Piccolo Hotel Nogara ****

Siti di riferimento:

Salvatore Borsellino

Ferruccio Pinotti

Benny Calasanzio

Gianpaolo Trevisi

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“Fogli di via” di Gianpaolo Trevisi

mercoledì, ottobre 8th, 2008

I FOGLI DI VIA hanno il timbro delle Questure, le firme di Questori e Vice Questori, proprio come questo libro scritto da un vice questore, i cui protagonisti sono donne e uomini con volti e sentimenti, concretezza e tenerezza, responsabilità e solidarietà. fogli-di-via
Il vice questore lascia il suo posto e passa dall’altro lato della scrivania e così nasce il libro che mancava, un libro che si legge tutto d’un fiato scritto per superare quella fase di stallo, di contrapposizioni e di pessimismo che non serve a nessuno e non costruisce futuro.
Il racconto prende il posto delle statistiche, fatte di numeri freddi e impersonali. In un crescendo coinvolgente porta a sognare un mondo le cui uniche frontiere invalicabili siano quelle dell’emarginazione del più debole, del diritto alla vita e del rispetto per tutti nella diversità delle culture.

Presentazione di Gad Lerner

Sapere che esistono ufficiali di polizia “armati” dell’umanità di Gianpaolo Trevisi, e capaci di scrivere storie belle come queste che state per leggere, non è di per sé motivo di stupore. Ci mancherebbe: gli uomini e le donne impegnati a garantire il rispetto della legalità e della sicurezza pubblica vivono su una speciale frontiera della condizione umana dov’è impossibile restare a lungo indifferenti. O per legittima difesa anestetizzi i tuoi sentimenti, oppure sviluppi una sensibilità dolente, speciale, difficile da reggere.
Vorrei spiegarvi, allora, perché l’incontro con il libro del Vice Questore Trevisi suscita in me, niente meno, l’orgoglio di essere suo concittadino. Dà un perché al mio essere italiano.
Sì, italiano come lui, nonostante il nome che denuncia un’origine lontana. Nonostante abbia vissuto più della metà della mia vita senza una cittadinanza, e solo passati i trent’anni d’età il paese che così generosamente mi ha accolto abbia ritenuto possibile concedermi il suo passaporto. Guai a chi me lo tocca. Guai a chi volesse insinuare che sono “meno italiano” di lui!
A questo punto avrete capito quel che mi coinvolge e mi commuove nei racconti di Trevisi.
Li ho conosciuti anch’io i corridoi degli Uffici Stranieri delle Questure italiane. Ho trascorso ore e ore di fila per rinnovare il mio permesso di soggiorno, magari scordandomi il certificato necessario e implorando l’agente di turno di evitarmi il bis. Col nome storpiato all’anagrafe del Comune che dunque non corrispondeva. Con quella strana sub-specie di passaporto marroncino che la Convenzione di Ginevra assegnava agli apolidi neppure in grado di godere dello speciale status loro riservato.
Mi guardo bene dal fare la vittima. Non ho mai fatto la fame, né rischiato l’espulsione (dove, del resto?). Considero anzi una fortuna, un arricchimento prezioso, l’esperienza vissuta a contatto con gli altri cosiddetti stranieri e gli ufficiali incaricati di rendere il più legale possibile la nostra esistenza. Raccomanderei come profilassi dell’anima a ogni cittadino veronese, milanese, napoletano, romano di trascorrere un paio di mezze giornate nell’ambiente di lavoro di Trevisi. In molti cambierebbero atteggiamento.
Il processo mentale e l’espediente letterario che caratterizzano questo libro, si possono dire con parole diverse, tutte belle. Empatia. Simpatia. Sintonia. Compassione. Identificazione. Immedesimazione. Transfert. Ma per dirla in maniera più immediata, quella che ammiro in Gianpaolo Trevisi è la capacità di mettersi nei panni degli altri. Virtù essenziale per chi voglia comunicare efficacemente, ma anche per chi non abbia dimenticato il senso profondo del “prendersi cura”: attività che dovrebbe contraddistinguere l’essere umano come animale dotato dell’istinto della socialità. Ma che dovrebbe considerarsi addirittura doverosa in chi svolge funzioni di pubblico ufficiale nel campo della sanità, dell’assistenza, dell’insegnamento, della sicurezza.
Trevisi, badate, non è un poliziotto debole di stomaco che piange le sue vittime. È un ufficiale che ha capito come sia necessario, per fare davvero il proprio dovere, entrare in relazione con l’interlocutore, tanto più là dove s’instaura una relazione di potere. Il destino degli agenti di pubblica sicurezza è spesso quello di finire “in mezzo”, là dove si manifestano ingiustizie e sofferenze di un tessuto sociale sempre più afflitto dalle disuguaglianze. La consapevolezza lì “in mezzo” si rivela di mediazione preziosa.
Spero che tanti colleghi di Gianpaolo Trevisi leggano i suoi racconti e ci si identifichino. Non serviranno certo per classificarli fra i buoni e i cattivi. La letteratura, quando vale, riesce a farci capire i perché delle nostre reazioni. Trevisi non distribuisce pagelle ma lacrime e sorrisi.

Trevisi Gianpaolo
Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza e dopo la nomina a Vice Commissario viene assegnato alla Questura di Verona. Per cinque anni Dirigente dell’Ufficio Immigrazione e ora è il Vice Dirigente della Squadra Mobile. Con il suo racconto “L’africa in un cassonetto” ha ottenuto il primo posto al concorso letterario nazionale della rivista “Polizia Moderna”.

Visita il blog di Gianpaolo Trevisi

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